Elisa Springer, ‘Oggi più che mai, è necessario che i giovani sappiano, capiscano e comprendano’ 

Il dovere della Memoria

« È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo. » Scriveva così la piccola e coraggiosa Anna, ebrea di Amsterdam, il cui diario di giorni spensierati, nonostante fossero rubati all’angoscia della folle persecuzione nazista, ha fatto il giro del mondo, tradotto in 55 lingue e consegnato per la stampa dall’unico sopravvissuto della famiglia, il padre Otto Frank. Il libro più letto dopo la Bibbia, scritto con la puerile e innocente voglia di raccontare e descrivere impressioni ed emozioni è divenuto nel tempo uno strumento di denuncia per non dimenticare. Anna Frank è morta all’età di 15 anni nel campo di concentramento di Bergen Belsen. Una tra le vite spezzate.

Ricordare lo sterminio degli ebrei, la persecuzione di dissidenti e oppositori politici, rom e omosessuali che durante la seconda guerra mondiale segnarono, nel silenzio e nell’indifferenza, la storia dell’Europa di crudeltà e atrocità indicibili.

Sei milioni di vite spezzate.

Un popolo umiliato e in questa umiliazione la viltà dell’uomo e la spregevolezza del suo operato. E il dovere di ricordare è dunque per nulla sminuito dal tempo che incalza e invece drammativamente avvalorato da storie di ordinario e ignobile razzismo, di disprezzo per il diverso. A servire questa memoria anche il Museo di Gerusalemme dove l’apice emotivo è affidato alla sala dei nomi e dei volti delle vittime e all’archivio dove è anche conservata la Lista di Oscar Schindler. Uno scrigno della Memoria per eccellenza.

La guerra in trincea e l’orrore nei campi di concentramento. L’Europa della seconda guerra mondiale vive uno dei momenti più bui della sua storia, ricordato in occasione della giornata della Memoria e puntellato da persecuzioni, discriminazioni, intolleranze culminate in estreme forme di privazione della libertà e della vita, culminate nello sterminio nazista di sei milioni di ebrei. Un attacco diritto al cuore della dignità umana. Strumenti di questa follia i campi di concentramento. Una mappatura di luoghi di prigionia che non lascia fuori il nostro paese e la Calabria. Vicino al fiume Crati, a Ferramonti di Tarsia in provincia di Cosenza, sorge in quegli anni un campo di lavoro recintato con il filo spinato e destinato agli oppositori del regime nazifascista, ai componenti dei partiti antifascisti. Una somiglianza con i lager nazisti che fortunatamente non diverrà mai una piena rispondenza, dove nessun forno crematorio cuocerà corpi umani ma solo pane azzimo; un campo che assumerà la dimensione di una piccola cittadella munita di scuole, sinagoghe, librerie, asili, grazie all’umanità del maresciallo Gaetano Marrari che ne avrebbe assunto la direzione. La sua posizione geografica costituì la salvezza per molti ebrei liberati dagli inglesi dopo lo sbarco del settembre del 1943 in Sicilia, prima che fossero raggiunti dall’ordine di sterminio nazista.

Nella decima Giornata della Memoria, istituita nel 2000 in Italia, in data 27 gennaio, si ricorda quel girono del 1945 in cui le Armate russe liberarono il campo di concentramento di Auschwitz, in Polonia. L’inizio della liberazione degli ebrei sopravvissuti alla persecuzione e al massacro, in una parola alla Shoah. L’inizio del viaggio faticoso e doloroso ma necessario e doveroso della memoria. Pagine di storia del secolo da poco concluso, già gravata prima del loro accadere dal genocidio del popolo armeno massacrato dagli ottomani negli anni della prima guerra mondiale, che nessuno ha il diritto di deporre nel dimenticatoio e che ancora oggi macchia di vergogna l’intera umanità. Una storia, quell’Olocausto che ha condotto all’inserimento del genocidio, la cui definizione attiene agli atti diretti alla distruzione deliberata e intenzionale di un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, tra i crimini commessi contro l’umanità nel diritto internazionale e nello Statuto della Corte Penale Internazionale istituita nel 1998. Storia rievocata nella Norimberga del 1945 che ha processato i gerarchi nazisti e i militari e che ha poi condotto alla sottoscrizione di un’apposita Convenzione Onu sulla prevenzione del reato di genocidio nel 1948. Tutto ciò non è bastato a non far nuovamente degenerare la discriminazione in brutalità. La lista non è breve, purtroppo, e ricordiamo solo alcuni tra i genocidi consumatisi. Siamo 1975 quando il regime comunista dispotico di Pol Pot ha sterminato il popolo cambogiano con più di un milione di vittime in tre anni. Siamo nel 1986 quando il popolo curdo viene perseguitato dal governo iracheno, siamo nel 1992 quando serbi, croati e musulmani si sono massacrati durante la guerra civile e siamo nel 1994 quando in Rwanda in meno di cento giorni, per via conflitto etnico tra Hutu e Tutsi, muoiono oltre un milione di persone. Dunque la memoria non basta senza un auntentico rispetto della stessa e della persona. Non bastano le convenzioni, i processi, le commissioni di inchiesta e i tribunali speciali senza una comunità internazionale che mantenga fermo il rispetto della dignità umana, che sia consapevole e attenta e senza una politica internazionale che non si conceda più negligenze, incompetenze, noncuranze, e che sia concretamente e seriamente impegnata nel contrasto e nella prevenzione di tali e inaccettabili fallimenti.

Alla domanda se la memoria si importante, arriva la risposta del premio nobel per la Pace, sopravvissuto ad Auschiwitz e Buchenvwald, Elie Wiesel secondo il quale la memoria non solo importante ma rappresenta un dovere, l’essenza dell’uomo che avanza, passo dopo passo, nei meandri della Storia, per costruire la speranza.

In questo baratro di disperazione e oscurità brillano storia libertà e coraggio, brillano parole di speranza.

Scriveva Elisa Springer, sopravvissuta ad Auschwitz, nel suo libro – testimonianza “il silenzio dei vivi”

« Oggi più che mai, è necessario che i giovani sappiano, capiscano e comprendano: è l’unico modo per sperare che quell’indicibile orrore non si ripeta, è l’unico modo per farci uscire dall’oscurità. E allora, se la mia testimonianza, il mio racconto di sopravvissuta ai campi di sterminio, la mia presenza nel cuore di chi comprende la pietà, serve a far crescere comprensione e amore, anch’io allora, potrò pensare che, nella vita, tutto ciò che è stato assurdo e tremendo, potrà essere servito come riscatto per il sacrificio di tanti innocenti, amore e consolazione verso chi è solo, sarà servito per costruire un mondo migliore senza odio, né barriere.

Un mondo in cui, uomini liberi, capaci e non schiavi della propria intolleranza, abbattendo i confini del proprio egoismo avranno restituito, alla vita e a tutti gli altri uomini, il significato della parola Libertà.

Oggi ho compreso che Dio mi ha concesso di liberarmi dalla prigionia del passato, attraverso le pagine di questo libro. »

Anna Foti

Venerdì 29 gennaio 2010
Ore 20:21

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