Milano. Un vero è proprio “sistema” fatto di interessi reciproci e scambi di favori. Ci sono tutti gli ingredienti, nelle carte dell’inchiesta della Procura di Milano, per tracciare un quadro fosco e preoccupante della realtà in riva alla sponda calabrese dello Stretto così come a Milano. Più o meno gli stessi: protagonisti e situazioni a muoversi entro quella che gli inquirenti hanno ribattezzato “zona grigia”.
Lo hanno ribadito gli stessi inquirenti milanesi e reggini anche nel corso della conferenza stampa di stamane a Milano: con questa indagine si è arrivati al cuore di una vera e propria ragnatela di relazioni inestricabili e connesse, in cui tutti prendono e danno qualcosa. Posti di prestigio per le proprie mogli o i propri congiunti (come nel caso del giudice Giglio), sostegno o prestigio politico (è ad esempio il caso di Morelli), notizie riservate su indagini in corso. Ciò che avrebbero ottenuto i fratelli Lampada la cui capacità di allargare le proprie conoscenze politiche ed istituzionali sia nella propria terra d’origine che in quella d’adozione è riconosciuta dagli inquirenti.
Un vero e proprio “verminaio” in cui a vario titolo finiscono altri nomi eccellenti di politici, rappresentanti delle istituzioni, avvocati, professionisti, tutte personalità di un certo prestigio ciascuna nel proprio ambito.
Significativi alcuni particolari che emergono dalle carte dell’indagine coordinata dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini e che riguardano conversazioni che il presunto boss Giulio Lampada, personaggio chiave dell’inchiesta, avrebbe intrattenuto non solo con Morelli, ma anche con altri esponenti politici calabresi, come Alberto Sarra. Che va detto non risulta in questa inchiesta raggiunto da alcun provvedimento così come Luigi Fedele (il quale ha subito negato di conoscere o avere avuto rapporti con i Lampada). Alcuni dei nomi assieme ad altri che compaiono nelle carte dell’operazione di ieri e su cui la ‘ndrangheta – secondo i magistrati milanesi – avrebbe fatto confluire voti. «La DDA di Milano nei confronti delle persone delle istituzioni come dei mafiosi agisce quando ha le prove per affrontare un dibattimento». Ha detto a tal proposito il procuratore aggiunto Boccassini rispondendo oggi ai giornalisti.
Così come l’operazione di ieri «non è un processo alla magistratura di Reggio Calabria, ma ad alcuni magistrati». lo stesso dicasi per i politici coinvolti. Non si può «generalizzare» nemmeno sulla politica, hanno spiegato gli stessi inquirenti, perché ci sono anche «alcuni politici vittime del tentativo di infiltrazione».
Un «aspetto doloroso» dell’inchiesta che ieri ha portato all’arresto di dieci persone, tra cui un giudice del tribunale di Reggio Calabria, per presunti legami con la ‘ndrangheta, è stato quello di vedere «appartenenti alla Guardia di Finanza, alla magistratura, alla politica e alle istituzioni che tengono comportamenti non consoni». Ha detto ancora il Procuratore aggiunto Ilda Boccassini nel corso della conferenza stampa tenuta unitamente al procuratore di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, che con i suoi pm ha collaborato all’indagine.
Ilda Boccassini ha spiegato però che gli inquirenti sono rimasti sconcertati da una «campagna politica per ingraziarsi l’antimafia, che non esiste, che è solo parlata». Una campagna proveniente «da chi sa che cosa significa trovare un bazooka sotto casa». Il riferimento è alle minacce che nel 2010 furono messe in atto nei confronti del procuratore di Reggio Calabria, Pignatone. Pur senza citarlo, è apparso evidente che il magistrato milanese si riferisse a Vincenzo Giglio, presidente della sezione del Tribunale di Reggio Calabria noto per le sue iniziative antimafia talvolta di stampo polemico di altri colleghi.
Per la ‘ndrangheta è «più importante e vitale» contare sugli appoggi e sulle candidature di figure politiche nelle realtà dell’hinterland, milanese ad esempio, che a livello nazionale» ha spiegato il pm della Dda di Milano Paolo Storari.
«Avere un candidato, anche se in un comune dell’hinterland - ha chiarito Storari - è per la ‘ndrangheta vitale”. Il magistrato ha ricordato che l’operazione di ieri, contro la cosca Valle-Lampada e la ‘zona grigia’, è strettamente connessa all’indagine Infinito del luglio 2010 (110 condanne pochi giorni fa), ricostruendo come in una "riunione elettorale" dei presunti boss delle cosche lombarde del maggio 2009 erano presenti anche esponenti della famiglia Valle, tra cui Leonardo Valle che sarà interrogato oggi dal gip, assieme ad altri tre.
Tutti e 9 gli arrestati in carcere su ordinanza del gip di Milano sono stati trasferiti nella carceri milanesi, tra cui quello di Opera. Boccassini ha invitato poi i magistrati e i cronisti che credono che la ‘ndrangheta sia una realtà «parcellizzata in ‘ndrine che si scontrano tra loro» a considerare invece la "visione unitaria" di questo fenomeno. L’operazione di ieri per Bruti Liberati (che ha sottolineato la "collaborazione" tra i magistrati milanesi e calabresi) «è un filone particolarmente significativo e delicato per i contatti con il mondo istituzionale». E’ una organizzazione, secondo Pignatone,«che ha il suo cuore a Reggio Calabria e proiezioni in Lombardia e altre regioni del nord con una ‘zona grigia’ internazionale».
Prestipino ha spiegato che dalle ultime indagini è emerso che i mafiosi oggi dicono che «non possono più usare i canali svizzeri, perché gli svizzeri da un po’ di tempo dicono tutto ai magistrati, e quindi sfruttano altri canali arrivando fino negli Usa».
E la Boccassini è poi tornata sull’importanza della "periferia" per le cosche. «Le zone periferiche sono più importanti per la ‘ndrangheta - ha concluso - anche per l’infiltrazione nell’Expo è più importante l’indotto, in relazione ad esempio ad infrastrutture nei comuni dell’hinterland».
STAMPA
INVIA PER MAIL