Storie da Amsterdam e Sarajevo
Lo sterminio e l’assedio nei diari di Anna e Zlata

“Spero che ti potrò confidare tutto, come non ho mai potuto fare con nessuno,
e spero che sarai per me un gran sostegno”
Anna Frank (Frankfurt am Main, giugno 1929 – Bergen Belsen, febbraio 1945)
Kitty e Mimmy custodiscono la speranza in un tempo di vergogna, di paura, di negazione di diritti. La scrittura che riscatta l’umanità oltraggiata dalla follia e dall’odio razzista, alimentando il diritto alla memoria. Una filiera di parole che si intrecciano con la storia e legano l’Olocausto alla guerra nei Balcani.
Due nomi per due diari a cui due bambine affidano pensieri e speranze in un tempo in cui uccidere un uomo è un gesto banale e lasciarlo in vita, un gesto occasionale. Due diari destinati a non rimanere segreti ma a rappresentare un drammatico spaccato di oppressione e guerra. Sono infatti raccontati momenti di una quotidianità travagliata, descritta con la semplicità disarmante degli occhi di un’infanzia rubata che ha conosciuto prematuramente la morte e l’umana capacità di torturare e di uccidere, nel caso di Annelies Marie Frank, e ha subito l’orrore della guerra e della persecuzione, nel caso di Zlata Filipovic. Tradotti in decine di lingue, pubblicati nel 1947 e nel 1993, rispettivamente, "Il diario di Anna Frank" e "Mimmy" sono legati da una Storia atroce di violenza e barbarie. Kitty e Mimmy sono in realtà i nomi che due giovanissime donne attribuiscono a due confidenti discreti a cui affidano, nel silenzio della paura e nel fragore delle bombe, frammenti di vita logorata da terrore, torture, spari e morte.
Sono Anna Frank, la giovanissima profuga ebreo - tedesca morta nel campo di concentramento nazista di Bergen Belsen nel marzo del 1945 dopo sette mesi di prigionia e stenti, e Zlata Filipovic, nata a Sarayevo e dodicenne all’epoca del lungo assedio della capitale bosniaca, oggi attiva collaboratrice delle associazioni di sostegno ai bambini vittime di conflitti. Simboli della storia che ha segnato con il sangue e l’odio etnico il Novecento, attribuendogli il volto della vergogna e dell’offesa della dignità, i diari di Anna e di Zlata hanno il compito di tenere accesa la memoria sull’orrore di un genocidio che durante la seconda Mondiale sterminò il popolo ebraico - sei milioni di vittime della follia nazista - e negli anni Novanta trascinò nel sangue 150 mila persone e rese vittime di stupro oltre 20 mila donne.
La fame e gli stenti. I nascondigli e le fughe. La paura e la sopravvivenza. Due diari che segnano un destino di memoria della giovane Anna e uno di salvezza della giovane Zlata. La condanna di Anna, deportata all’età di quindici anni insieme alla famiglia nel campo nazista di Bergen Belsen dopo l’irruzione delle SS nell’alloggio segreto di Amsterdam nell’agosto del 1944. Al padre di Anna, Otto, unico sopravvissuto della famiglia, fu consegnato il diario della figlia, morta di tifo alcune settimane prima della liberazione del campo da parte dell’esercito inglese. Ritrovato ad Amsterdam alla fine della guerra, il diario di Anna, prima di compiere il giro del mondo, fu pubblicato per la prima volta nel 1947 nella capitale olandese con il titolo “Het Achterhius” (“Il retrocasa”). Un destino di salvezza e di riscatto, invece quello di Zlata e della sua famiglia che, proprio grazie al suo diario, riuscì a scappare verso Parigi nel dicembre del 1993. Il suo fu, infatti, il racconto dei bambini in guerra scelto dall’Unicef e che costituì il lasciapassare per uscire dal paese.
Oggi Zlata collabora con l’Unicef, con l’agenzia dell’Onu per il sostegno ai bambini vittime dei conflitti e con la Anne Frank House. Ha lavorato per la pubblicazione di una raccolta, uscita in Spagna nel 2007 con il titolo “Voces Robadas” (“Voci Rubate”), che raccoglie i racconti di un’infanzia di guerra, passando in rassegna i conflitti degli ultimi cento anni, dalla Prima Guerra Mondiale alla guerra in Iraq. Fuori dalla ricostruzione, la guerra civile proprio in Spagna, paese che dà cittadinanza alla casa editrice Ariel che ha dato i caratteri alla raccolta.
“Così - ha dichiarato Zlata – spero di essere riuscita a dare voce ai bambini che, come me, non hanno avuto infanzia”. Ma accanto all’infanzie rubate negli ultimi cento anni ci sono quelle sottratte e minacciate adesso. Una voce che ancora, da più parte del mondo, imperdonabilmente rivendica ascolto.
Anna Foti
Venerdì 27 gennaio 2012
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