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IL campo da lavoro per ebrei, rom e dissidenti in provincia di Cosenza 

Ferramonti di Tarsia, la memoria della Calabria

La guerra in trincea e l’orrore nei campi di concentramento. L’Europa della seconda guerra mondiale vive uno dei momenti più bui della sua storia, ricordato in occasione della giornata della Memoria e puntellato da persecuzioni, discriminazioni, intolleranze culminate in estreme forme di privazione della libertà e della vita, culminate nello sterminio nazista degli ebrei. Strumenti di questa follia i campi di concentramento. Una mappatura di luoghi di prigionia che non lascia fuori il nostro paese con 4700 posti, con 2000 di questi solo nella regione Calabria destinati ad ebrei e oppositori politici. Vicino al fiume Crati, a Ferramonti di Tarsia in provincia di Cosenza, sorge infatti nel 1940 un campo di lavoro recintato con il filo spinato e destinato agli oppositori del regime nazifascista, ai componenti dei partiti antifascisti. Una somiglianza con i lager nazisti che fortunatamente non diverrà mai una piena rispondenza, poiché questo campo assumerà la dimensione di una piccola cittadella munita di scuole, sinagoghe, biblioteche, asili. Una dimensione inattesa di umanità cui diede un impulso fondamentale colui che fu deputato al controllo interno del campo il maresciallo, originario di Reggio Calabria, Gaetano Marrari, la cui figlia Maria Cristina instancabilmente oggi ne racconta la straordinaria semplicità di uomo al servizio dello Stato ma non succube del regime.

La posizione geografica del campo di Ferramonti costituì la salvezza per molti ebrei liberati dagli inglesi dopo lo sbarco del settembre del 1943 in Sicilia, prima che fossero raggiunti dall’ordine di sterminio nazista. Molti di loro erano provenienti dall’Africa e in attesa di imbarcarsi per la Palestina, laddove oggi la storia ha ribaltato le sorti rendendo il territorio e il popolo palestinese vittime della violenza israeliana. Intanto in Calabria, in quegli stessi luoghi oggi sorge un tempio della memoria perenne che ricorda questo passaggio della storia in terra calabrese. Un tempio animato da un’omonima fondazione, oggi attento presidio di ricordi e testimonianze di vite, questa volta ma solo casualmente, non spezzate. Un’insolita pagina di Shoah che non volge all’orrore e trasmette Speranza.

Gli internati presso il campo di Ferramonti fu liberati dagli alleati sbarcati in Sicilia il 14 settembre del 1943 e giunti in Calabria tre giorni dopo, il 17 settembre. Oggi in memoria di questa pagina di storia una Fondazione, presieduta dallo storico Carlo Spartaco Capogreco, promuove iniziative sul territorio.

In Calabria fu allestito questo campo che però non rappresentò un vero e proprio lager nazista. I lager in Italia furono quattro - Fossoli frazione di Carpi (Modena), Borgo San Dalmazzo (Cuneo), Bolzano, Trieste / La Risiera di San Sabba - e furono attivi nel periodo dell’occupazione (1943 – 1945). 7000 furono le persone deportate solo Fossoli.

L’Italia, a quei tempi fascista e promulgatrice delle leggi razziali, ha nel 2000 risposto doverosamente all’esigenza di ricordare la Shoah istituendo con apposita legge, la Giornata della Memoria in data 27 gennaio, in ricordo del 1945 in cui ci fu la liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, in Polonia, da parte delle armate russe. L’inizio della liberazione degli ebrei sopravvissuti alla persecuzione e al massacro, in una parola alla Shoah, che falcidiò il popolo ebraico profanando sei milioni di vite. L’inizio del viaggio faticoso e doloroso ma necessario e doveroso della memoria. Pagine di storia del secolo da poco concluso, già gravata prima del loro accadere dal genocidio del popolo armeno massacrato dagli ottomani negli anni della prima guerra mondiale, che nessuno ha il diritto di deporre nel dimenticatoio e che ancora oggi macchia di vergogna l’intera umanità. Una storia, quell’Olocausto che ha condotto all’inserimento del genocidio, la cui definizione attiene agli atti diretti alla distruzione deliberata e intenzionale di un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, tra i crimini commessi contro l’umanità nel diritto internazionale e nello Statuto della Corte Penale Internazionale istituita nel 1998. Storia rievocata nella Norimberga del 1945 che ha processato i gerarchi nazisti e i militari e che ha poi condotto alla sottoscrizione di un’apposita Convenzione Onu sulla prevenzione del reato di genocidio nel 1948. Tutto ciò non è bastato per non far nuovamente degenerare la discriminazione in brutalità.

La lista non è breve, purtroppo, e ricordiamo solo alcuni tra i genocidi consumatisi. Siamo 1975 quando il regime comunista dispotico di Pol Pot ha sterminato il popolo cambogiano con più di un milione di vittime in tre anni. Siamo nel 1986 quando il popolo Curdo viene perseguitato dal governo iracheno, siamo nel 1992 quando Serbi, Croati e Bosniaci si scontrano durante la guerra nei Balcani e siamo nel 1994 quando in Rwanda in meno di cento giorni, per via conflitto etnico tra Hutu e Tutsi, muoiono un milione di persone. Gli episodi di pulizie etniche, ancora oggi, non sono solo un ricordo. Dunque la memoria non basta senza un autentico rispetto della stessa e della persona. Non bastano le convenzioni, i processi, le commissioni di inchiesta e i tribunali speciali senza una comunità internazionale che non sia inconsapevole e indifferente e senza una politica internazionale che non si conceda più negligenze, incompetenze, noncuranze, e che sia concretamente e seriamente impegnata nel contrasto e nella prevenzione di tali inaccettabili fallimenti e di tali assurde aberrazioni.

Anna Foti

Venerdì 27 gennaio 2012

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