La riflessione di Amedeo Canale
Di Amedeo Canale
"Un sindaco che fu molto amato, decise unilateralmente di modificare la collocazione originaria della statua di Athena, disponendo che fosse rivolta non più verso il mare, dal quale avrebbe dovuto difendere i reggini, bensì verso la città. La suggestione rimane, ma tradisce una visione della nostra Comunità obsoleta e preconcetta. Tipica di una parte politica che coltiva il mito del conflitto sociale perenne e scarsa considerazione, se non addirittura segreto disprezzo, per il popolo. Tanto da giudicarlo meritevole di intimidazione e colpa perpetua. Dal 1970, Reggio è stata costretta a considerare l’ordinario come una concessione straordinaria. E il cosiddetto straordinario, come un atto di superbia che non le si può permettere. Vittima com’è di interessi campanilistici e ideologici che sono stati arginati solo per pochi lustri e che da anni brigano per riscriverne la storia in chiave oscura, nera e criminale.
Ma essa, non priva di colpe, reagisce col nostalgismo, quasi fosse l’unico modo per mantenere vivo l’orgoglio delle proprie radici. Idealizzando il passato e i suoi personaggi sbiaditi, pur di sfuggire al dovere civico dell’operosità nell’oggi.
Abbiamo vissuto sette anni di nullità al potere. Prigionieri di inadeguati ai quali hanno assegnato il compito di occupare ed annichilire la città. Ma farei un torto all’Intelligenza se considerassi costoro come impulso per un qualunque ragionamento rivolto al futuro di Reggio.
Per questo credo che, ognuno di noi, dovrebbe innanzitutto scuotersi e prendere consapevolezza del livello allarmante di alienazione in cui siamo stati precipitati. E a cui ci siamo assuefatti.
Viviamo nel nulla e di nulla. Incapaci di immaginare imprese collettive che ci impegnino o ci inorgogliscano come popolo. Abbiamo così pochi margini di operatività, da considerare ineluttabile la perdita delle molte conquiste ottenute in anni lontani e poi scippate di fronte alla codardìa di chi avrebbe dovuto difenderle.
Abbiamo persino accettato silenti che svanisse la Reggina. A dimostrazione di quanto la nostra gente sia sfinita e prostrata. Quasi che la prima città della Calabria sia diventata un paesino di provincia o una città della vecchia DDR, dove tutti son terrorizzati di esporsi e dove, per strada o nei bar, si parla sottovoce perché ci si sente costantemente spiati e in pericolo.
E allora cosa si fa? Ci si limita semplicemente a sperare di invertire la direzione nella quale siamo stati costretti a trascinarci fino ad oggi? Confidando ciecamente in chiunque si trovi dalla parte opposta agli attuali inquilini del Palazzo, ma dimenticando che essi esistono e resistono per le stesse condizioni storiche che hanno generato i primi? Non credo sia questa la soluzione. Così come non credo si debba estendere a tutto e tutti un giudizio senza appello che ignori il poco che di buono è stato fatto. Da qui, immagino, si dovrebbe ripartire. Pur rimanendo sospesa la domanda: cosa ci si può aspettare da classi dirigenti che ignorano i problemi reali e quotidiani delle persone, delle imprese, dei disoccupati? Che, non sapendo immaginare autonomamente sé stesse nella società, non sapranno mai disegnare la società nel futuro? Nulla di buono.
Per questo mi chiedo: questa città ha bisogno di buona Politica? Certamente si!
Ma Reggio non la fa (solo) la Politica. Anche perché gran parte della Politica degna di tale nome è stata spazzata via da decine di fallimentari operazioni giudiziarie che hanno distrutto vite e famiglie e disintegrato relazioni sociali.
Questa città la fanno gli imprenditori, i commercianti, i professionisti, i lavoratori operosi di qualunque genere, che devono tornare liberi di scegliere e di esercitare talento e intraprendenza. Senza la paura di mettere a sistema creatività e iniziativa personale. La fa una burocrazia efficiente e non arrogante, che, senza una guida politica autorevole, si è fatta “Stato nello Stato”. La fanno i giovani. Che però ci sono sempre meno. Che vanno via e che non tornano. E che non è scontato che vogliano tornare.
Ma soprattutto, la fa un ideale di Comunità unita e fiera che qualcuno deve ricominciare a declinare.
Purtroppo, però, sono anni che la socialità è stata aggredita e ridotta al minimo; additata come criminogena e resa catacombale. E senza socialità, non c’è Comunità.
Dunque, aggiungo: come può esserci sviluppo se i cittadini non possono incontrarsi serenamente? Come possono, interessi legittimi e legittime aspirazioni, incrociarsi per generare nuovi progetti e nuove iniziative? Non possono! Ed è per questo che Reggio Calabria sprofonda, avviluppata tra nevrosi, personalismi e figuranti. Priva di Politica e di una guida.
Quindi, che fare?
In primis, costruire compiutamente la Città Metropolitana - fino ad oggi pennacchio sulla capoccia di troppi capoccioni - acquisendo piena consapevolezza delle sue prerogative. Reclamare le deleghe, ancora dolosamente trattenute da portatori di interessi particolari e anti-reggini, agevolati da miseri calcoli elettoralistici locali. Padroneggiare strumenti politici e amministrativi per rendere coeso un territorio provinciale pieno di differenze e specificità. E significa fondi e capacità di spesa per progetti realizzabili e utili. Ma, prima di ogni altra cosa, sgravare l’impresa privata dal timore di essere pregiudizialmente considerata criminale o da interdire.
Perché se è vero che la Politica non determina di per sé il benessere, è anche vero che il benessere, per generarsi e moltiplicarsi, può esistere solo laddove esiste la buona Politica. Anzi, il Buongoverno!
Ma, mentre scrivo, non c’è nulla di tutto questo. Solo un posto in platea per un tragico remake fatto di comparse affamate di notorietà".