Oggi, Reggio Calabria ha dato un segnale che va ben oltre il rettangolo di gioco
Nel silenzio che troppo spesso circonda la violenza di genere, oggi è stato il calcio a rompere la quiete. Durante la sfida Reggina-Nissa, la Curva Sud ha esposto uno striscione forte, chiaro, inequivocabile: "Libera di scegliere. Libera di vivere. Stop al femminicidio."
Un messaggio che travalica il significato sportivo dell’evento e assume una valenza sociale profonda, soprattutto in un contesto ,quello calcistico, storicamente considerato maschile. Oggi, invece, lo stadio è diventato spazio di lotta e consapevolezza, eco di una battaglia che riguarda tutti: quella per la libertà, la sicurezza e la dignità delle donne.
Un segnale potente, tanto più necessario alla luce dei tragici fatti di cronaca che continuano a sconvolgere il nostro Paese. Solo pochi giorni fa, a Messina, la giovane Sara Campanella ha perso la vita per mano dell’uomo che diceva di amarla. Un altro nome, un’altra storia spezzata che si aggiunge a una lunga lista di vittime innocenti. Come Alessandra Musarra, anche lei uccisa a Messina nel 2019, e come tante altre donne che ogni anno muoiono semplicemente per aver detto “no”.
Lo striscione dei tifosi amaranto non è un gesto isolato. È il sintomo di una coscienza collettiva che si fa largo, anche nei luoghi più impensati. Il calcio, con il suo linguaggio diretto e la sua enorme capacità di coinvolgimento, può e deve diventare alleato nella lotta contro la violenza di genere.
Perché non è solo una questione di donne. È una questione di civiltà.
E quando a prendere posizione è una curva, con la forza della passione e la voce di centinaia di cuori, il messaggio arriva forte anche a chi non vuole ascoltare. Per questo, oggi, Reggio Calabria ha dato un segnale che va ben oltre il rettangolo di gioco. Ha detto che nessuna è sola. Ha detto che l’amore non uccide. Ha detto che la libertà di scegliere e di vivere non può più essere messa in discussione.
Ha detto, in una sola voce, stop al femminicidio.