Reggio è un paradosso: ti toglie il fiato con la sua bellezza, ma ti lascia spesso senza fiato per la sua mancanza di visione
Ci sono giorni in cui guardi lo Stretto e pensi che basterebbe solo quello. Il mare, il profilo dell’Etna all’orizzonte, la luce che cambia colore a ogni ora. Eppure non basta mai. Perché Reggio è così: ti accarezza e poi ti scuote. È una bellezza che a volte pesa, perché troppo spesso resta sospesa, incastrata tra quello che potrebbe essere e quello che (ancora) non è.
È la città dei “se solo”: se solo ci fossero collegamenti veri, se solo valorizzassimo il centro storico, se solo trattenessimo i giovani invece di salutarli con una valigia in mano e il cuore stretto.
Eppure non è tutta rassegnazione. C’è un’altra Reggio, più silenziosa ma presente. Quella che resiste, che si inventa, che non aspetta. L’ho vista negli occhi di chi torna, dopo anni fuori, e decide di ricominciare da qui. Di rischiare, di provarci, anche se tutto intorno sembra suggerirti il contrario.
Una ragazza che apre una bottega artigiana in centro, un ragazzo che lascia il posto fisso al Nord per lanciare una start-up a sud, un gruppo di amici che organizza eventi culturali in spazi dimenticati. Piccole rivoluzioni quotidiane che fanno più rumore di certi proclami.
Reggio è un paradosso: ti toglie il fiato con la sua bellezza, ma ti lascia spesso senza fiato per la sua mancanza di visione. E allora il cambiamento non può che partire dal basso. Da chi sceglie di restare, di costruire, anche quando sarebbe più semplice andare via.
Io la voglio raccontare così, questa città: con le sue crepe e le sue possibilità, le sue contraddizioni e la sua dignità. Perché Reggio è viva, anche se a volte si dimentica di esserlo.
E se davvero vogliamo riscattarla, dobbiamo farlo noi. Un gesto alla volta. Una scelta alla volta. Una voce alla volta.