Abbandonati e dimenticati: ancora nessuna risposta per le famiglie del Comparto 6

Autore Giorgia Rieto | gio, 12 giu 2025 18:14 | Comparto-6-Arghillà Reggio-Calabria

La lettera delle famiglie del Comparto 6 di Arghillà

Apprendiamo, con un misto di sgomento e amarezza, l’appello lanciato nelle scorse ore dalla Prefetta di Reggio Calabria, Clara Vaccaro, rivolto ai sindaci del territorio affinché vengano individuate nuove strutture da destinare all’accoglienza dei migranti. Un invito che, pur riconoscendone l’importanza e la necessità, colpisce profondamente chi, da settimane, si sente invisibile: le famiglie del Comparto 6 di Arghillà.

Un silenzio che pesa come una condanna. È dal 26 marzo, giorno in cui è stata emessa l’ordinanza di sgombero dal sindaco, che oltre cento nuclei familiari attendono una risposta concreta. Eppure, ad oggi, nessuna alternativa abitativa è stata proposta, nessun percorso di reinserimento sociale è stato attivato, nessun sostegno tangibile è stato garantito.

Si tratta, in molti casi, di famiglie con minori, persone con disabilità, anziani soli, cittadini che vivono in condizioni di estremo disagio economico e sociale. Non parliamo di occupazioni violente o organizzate, ma spesso di famiglie lasciate senza alternative, che si sono rifugiate in immobili pubblici abbandonati da anni, dimenticati dalle stesse istituzioni che oggi chiedono “solidarietà” altrove.

La sensazione di abbandono è forte. Come è possibile che, per queste persone, non sia stato pensato alcun piano di emergenza? Come si può chiedere attenzione e collaborazione per nuove emergenze, quando non si riesce – o non si vuole – rispondere a chi vive da tempo nella precarietà assoluta?

Non si tratta di alimentare conflitti o contrapposizioni. La solidarietà non è una risorsa da dividere, ma un principio che deve valere per tutti. Eppure, qui, sembra ci siano cittadini di serie A e cittadini di serie B.

«Ci sentiamo traditi», dicono gli abitanti del Comparto 6. «Traditi da chi avrebbe dovuto tutelarci, ascoltarci, rappresentarci. Prima di firmare un’ordinanza che ci mette per strada, qualcuno avrebbe dovuto pensare a dove mandare decine di famiglie. Non si può lasciare la gente nell’incertezza e nell’abbandono».

La dignità di chi vive nel disagio non è una variabile di bilancio. È un diritto. E oggi più che mai serve un’assunzione di responsabilità collettiva: dal Comune alla Regione, fino alla Prefettura. Servono risposte, non silenzi. Servono fatti, non promesse.

Perché nessuno merita di essere lasciato indietro.
E se il silenzio continua, a chi resta solo non resta che una scelta: farsi sentire, anche con una rivoluzione.

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