Nel 619° giorno di un conflitto che ha ridisegnato gli equilibri geopolitici del Medioriente, un nuovo attacco aereo israeliano ha colpito il cuore simbolico della comunicazione iraniana: la sede della tv di Stato a Teheran. L’edificio, situato in un’area centrale della capitale, è stato sventrato da un raid condotto dall’Aeronautica militare israeliana. Diverse le vittime, tra giornalisti, tecnici e personale amministrativo. Il bilancio è ancora provvisorio.
“L’Aeronautica militare israeliana domina i cieli della capitale iraniana. Questo cambia completamente la natura della campagna”, ha dichiarato il premier israeliano Benjamin Netanyahu, confermando che l’operazione dell’IDF potrebbe durare da due a tre settimane. Parole che suonano come un’escalation definitiva, nel momento in cui le bombe colpiscono obiettivi strategici e altamente simbolici come la televisione nazionale.
Ma l’annuncio più inquietante arriva poche ore dopo: Netanyahu non esclude l’eliminazione fisica della Guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei. “Prendere di mira Khamenei porrà fine al conflitto, non lo aggraverà”, ha affermato il premier in un’intervista rilanciata dai principali media israeliani. Khamenei, secondo fonti dell’intelligence occidentale, si troverebbe da venerdì in un bunker sotterraneo nei pressi di Qom, protetto da misure di sicurezza senza precedenti.
Mentre i cieli di Teheran tremano sotto il rombo dei jet israeliani, a Washington e Bruxelles cresce l’apprensione per una guerra che potrebbe travolgere l’intera regione. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, l’Iran avrebbe aperto alla possibilità di un dialogo per una de-escalation diplomatica. Una finestra fragile, immediatamente chiusa da Netanyahu: “Non interessato a colloqui”.
Il messaggio è chiaro: Israele punta a un’azione risolutiva, un’operazione che miri a colpire il vertice della catena di comando iraniana. Un attacco diretto alla leadership suprema, in un momento in cui la Repubblica Islamica appare indebolita, ma non disposta ad arretrare.
Nel frattempo, cresce la preoccupazione per la popolazione civile. Le immagini provenienti da Teheran mostrano quartieri sventrati e cittadini in fuga. L’oscuramento parziale delle comunicazioni e l’interruzione delle trasmissioni televisive aggravano il senso di isolamento e paura che si respira nella capitale iraniana.
Con l’attacco alla tv di Stato, l’IDF non ha solo colpito un’infrastruttura mediatica, ma ha lanciato un messaggio potente: nessun luogo è intoccabile. E la guerra, finora combattuta a distanza, è ormai entrata nel cuore pulsante della Repubblica Islamica.
La comunità internazionale resta a guardare, divisa tra appelli alla calma e timori di un collasso irreversibile dell’equilibrio regionale. Ma a Teheran, sotto i cieli dominati da droni e caccia, la guerra non è più una possibilità: è una realtà quotidiana.
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