Un tempo centro di cultura e visione sullo Stretto, oggi ripiegata tra carenze strutturali e politica senz’orizzonte
di Diego Fortugno - C’è stata una Reggio che non aveva bisogno di urlare per essere ascoltata. Una Reggio che parlava al mondo attraverso il pensiero, la parola, il numero. Una città che, affacciata sullo Stretto, non era periferia ma centro: crocevia di culture, culla di poeti, filosofi e matematici.
Nell’antichità Reggio non inseguiva modelli: li produceva. Era una città capace di pensarsi grande prima ancora di diventarlo, di costruire identità prima dei palazzi, di coltivare il pensiero come bene comune. Una città che sapeva guardare lontano, perché aveva chiaro il senso del proprio ruolo. E oggi?
Oggi Reggio vive un presente ripiegato su sé stesso. Studenti senza scuole adeguate, quartieri abbandonati, periferie sempre più periferie, servizi inesistenti, strade impraticabili. Ospedali in affanno, collegamenti ferroviari insufficienti, porti e aeroporti marginalizzati, un sistema universitario che fatica a trattenere talenti, assenza di veri luoghi di aggregazione, debolezza cronica dello sviluppo industriale e dei servizi. È la fotografia di una città che sopravvive, ma fatica a progettare il proprio domani.
In questo quadro si muove una politica sempre più concentrata sulla conquista delle posizioni che sulla costruzione del futuro. Una politica che tende a giustificare le proprie scelte parlando di ideali, strategie o questioni tecniche, ma che spesso nasconde motivazioni più semplici e meno nobili: ambizioni personali, ricerca di potere, vanità tossiche che finiscono per prevalere sull’interesse generale. Un meccanismo che, però, non si regge soltanto su chi governa o aspira a farlo, ma anche su un elettorato stanco, disilluso o indulgente, che ha progressivamente smesso di pretendere, di fare domande, di valutare i progetti prima dei nomi, accettando una politica autoreferenziale e povera di visione.
In vista delle imminenti elezioni amministrative, si discute di alleanze prima ancora che di progetti, di candidature prima che di programmi, di schieramenti prima che di città. Riemerge così una politica priva di direzione, incapace di indicare un orizzonte credibile verso cui orientare il futuro urbano.
E allora la vera domanda non è chi sarà il prossimo sindaco, ma quale idea di Reggio intendiamo scegliere e sostenere. Se ci accontentiamo di una città semplicemente amministrata, tenuta in equilibrio precario giorno per giorno, o se abbiamo il coraggio di pretendere una città realmente guidata, capace di immaginare e costruire un grande cambiamento. Reggio non può limitarsi a sopravvivere: deve tornare a progettare, a crescere, a trasformarsi. Deve puntare a un futuro che non sia la gestione dell’esistente, ma l’apertura di una nuova stagione di sviluppo, cultura, lavoro e coesione. Perché governare Reggio non significa custodire l’inerzia, ma assumersi la responsabilità di indicare una direzione alta, credibile e condivisa.
Reggio ha bisogno di tornare a credere che la politica possa essere uno strumento al servizio della comunità e non un fine personale. Ha bisogno, soprattutto, di guardare al proprio passato non con nostalgia, ma come misura dell’ambizione che dovrebbe avere oggi. Perché una città che è stata culla di pensiero non può vivere ai margini del proprio destino. E la responsabilità di cambiare rotta, oggi più che mai, passa anche dalle scelte consapevoli di chi è chiamato a votare.