Sempre più donne laureate lasciano il Mezzogiorno: un’emorragia di competenze che impoverisce il Paese
In Italia con l’aggettivo “irreversibile”, accanto a qualsiasi evento negativo che si presenta, si pensa di avere risolto ogni problema! Persino per il grave fenomeno della migrazione giovanile e intellettuale che investe il Paese; Forse per giustificarla e meglio accettarla? Ovviamente, così non è, specie quando i numeri attuali dello stesso “fenomeno” non sembrano essere stati pienamente compresi in termini di danni derivati alla Nazione, da quelli demografici e produttivi a quelli socio-economici, soprattutto, quando nell’ambito del “fenomeno” spicca l’alta percentuale di presenza femminile: le donne che se ne vanno dall’Italia, sono infatti sempre più in progressivo aumento e, questa emigrazione femminile, non è dovuta però a quello che decenni fa, per le nostre nonne e bisnonne era il famoso ricongiungimento familiare o matrimonio per procura. Ad andarsene oggi, sono le giovani donne con elevate competenze professionali, verso tutti quei Paesi con meno barriere di genere ed ostacoli all’accesso a posizioni di responsabilità sul luogo di lavoro e con più alti livelli retributivi.
Il mercato del lavoro nazionale, infatti, è ancora poco accogliente per le donne, quando non addirittura ostile, caratterizzato non solo da disparità salariali, ma anche e spesso da mobbing e molestie.
In tutto il Mezzogiorno, nel periodo che va dal 2002 al 2024, oltre 195mila giovani laureate sono emigrate in direzione del Centro-Nord, quasi 42mila in più rispetto agli uomini under 35 laureati (153mila). La quota di migrazioni qualificate tra i giovani meridionali diretti al Centro-Nord è cresciuta in modo particolarmente marcato tra le donne, dal 22% del 2002 a quasi il 70% del 2024 (circa 13mila unità), contro un aumento che è passato dal 14,6% al 50,7% tra gli uomini (circa 10mila).
Ai flussi migratori interni, che sottraggono al Sud la parte più giovane e dinamica della popolazione, si affianca anche la crescente scelta della rotta Sud-Estero: tra il 2002 e il 2024 oltre 210mila giovani meridionali under 35, per un terzo laureati, hanno lasciato il Paese. Al netto dei rientri, la perdita complessiva per il Meridione è quindi di 142mila giovani, di cui 45mila in possesso di un titolo di studio di terzo livello.
I dati, confermano che la mobilità femminile dal Mezzogiorno è sempre più concentrata sui profili a più elevata istruzione, rafforzando il carattere qualitativamente selettivo della fuoriuscita di capitale umano. E, sempre per genere, se i flussi migratori esteri dei giovani meridionali, evidenziano una più diffusa presenza maschile (58%), il sottogruppo dei laureati con presenza femminile, è ben pari quasi al 50%.
Si deduce, dunque, che per le giovani donne, il possesso di un titolo di studio avanzato non si limita a facilitare la loro mobilità, ma ne diventa un potente fattore propulsivo. Laddove, una dinamica di progressivo svuotamento qualificato del capitale umano compromette in modo strutturale le prospettive di sviluppo, innovazione e riequilibrio demografico del Mezzogiorno; Rafforzando un circolo vizioso tra carenza di opportunità locali e continua emorragia di competenze.
L’emigrazione dei nostri giovani dai territori in cui si sono formati, si traduce inoltre anche in una dispersione dell’investimento pubblico sostenuto per la loro istruzione, a beneficio delle regioni e dei paesi di destinazione. Si stima che, nel Mezzogiorno, l’investimento pubblico in istruzione, dal 2022 al 2024, ha avuto una perdita secca di circa 6,8 miliardi di euro l’anno. Tale, dinamica, peraltro, produce anche effetti su due diversi piani. Da un lato, priva l’economia meridionale di competenze, che in assenza di politiche capaci di creare occupazione qualificata e stabile, continuerà a indebolire le sue basi demografiche, produttive e fiscali. Dall’altro, alimenta un trasferimento netto e strutturale di risorse pubbliche verso altre Regioni.
Tra i giovani provenienti da contesti socio-economici elevati e dalle professioni ad alta qualificazione, circa il 30% degli studenti è poi iscritto ai corsi STEM, in una quota doppia rispetto a quella osservata tra chi rimane nel paese d’origine. Del resto, la trasferibilità globale delle competenze scientifiche e tecniche, favorita da programmi standardizzati e da una lingua di insegnamento comune, rende tali discipline particolarmente attrattive per la mobilità internazionale. Oltre ai livelli salariali più contenuti, il Sud presenta anche il più ampio divario di genere, dove il gender pay gap a sfavore delle donne raggiunge il -15,5% e, in alcune regioni, del Nord-Est ed Ovest, il divario retributivo di genere è sistematicamente più penalizzante per la componente femminile, oscillando tra il -14,3% e il -12,8%. I divari diventano ancora più significativi anche in base all’Università in cui si è conseguita la Laurea. I laureati dalle Università del Sud, si collocano all’ultimo posto, con una media pari a 1.579 euro netti mensili e, in Calabria, la retribuzione media mensile netta delle laureate donne è pari a Euro 1.489 a fronte dei 1.685 Euro dei loro colleghi maschi. L’emersione attuale del nuovo modello femminile di “donna transnazionale”, capace di gestire lavoro e famiglia in differenti Paesi, non è sufficiente. Serve pertanto impegnarsi in politiche più incisive a favore della parità di genere e dell’occupazione giovanile e femminile.
Grazia Gioè, Urbanista e Policy Maker, Direttore ONIT – AIE