Al centro del progetto c’è la necessità di mantenere viva la memoria delle vittime, non limitandola alla semplice commemorazione, ma trasformandola in un percorso educativo
Un percorso che punta a trasformare il ricordo in uno strumento concreto di consapevolezza, soprattutto per le nuove generazioni, attraverso la conoscenza delle storie delle vittime e dei territori segnati dalla presenza della criminalità organizzata.
Ai microfoni di Reggio TV, Giancarlo Costabile, docente di Pedagogia dell’antimafia all’Unical, ha spiegato il significato dell’iniziativa.
«Vogliamo formare il valore della memoria, il senso della testimonianza. Denise e Lea, insieme alle mille e cento vittime di mafia, sono un patrimonio umano che non deve essere dimenticato».
Al centro del progetto c’è la necessità di mantenere viva la memoria delle vittime, non limitandola alla semplice commemorazione, ma trasformandola in un percorso educativo capace di interrogare il presente.
«Il sedicesimo anno è dedicato ai territori della ferita al dolore prodotto dalla violenza mafiosa».
Un’espressione che richiama la necessità di guardare anche alle conseguenze lasciate dalla criminalità organizzata nelle comunità: ferite sociali, culturali e umane che continuano a segnare il territorio e che possono essere affrontate anche attraverso la formazione e la conoscenza.
La scelta di dedicare il percorso a Lea Garofalo e Denise Cosco assume così un forte significato educativo. La loro storia diventa occasione per parlare di responsabilità, coraggio e libertà, ma anche per riflettere sul ruolo che la scuola e l’università possono svolgere nella costruzione di una cultura della legalità.
La pedagogia dell’antimafia si propone come uno spazio nel quale la memoria delle vittime diventa patrimonio collettivo e strumento per comprendere le dinamiche della violenza mafiosa, rafforzando nelle nuove generazioni la consapevolezza del valore della testimonianza e dell’impegno civile.