La sindaca di Siderno interviene sul futuro del Sud
«Negli ultimi anni il Mezzogiorno è cresciuto. Lo dice anche Svimez. Il PNRR ha portato una stagione di investimenti che non vedevamo da tempo e i Comuni del Sud hanno dimostrato di saper progettare, realizzare, rendicontare».
È l’incipit dell’intervento del Sindaco di Siderno Mariateresa Fragomeni che mercoledì 30 settembre ha concluso il panel “La crescita del Sud parte dalle città” nell’ambito del Festival delle Città dell’associazione rappresentativa delle Autonomie Locali Italiane.
Un dato di partenza incoraggiante, che però deve fare i conti con la fuga di tantissimi giovani, specie laureati, in cerca di occupazione.
«Dobbiamo – ha detto Mariateresa Fragomani - fare in modo che si possa partire, ma si possa anche scegliere di restare. E soprattutto si possa tornare.
Per questo serve lavoro, naturalmente. Ma servono anche scuole, sanità, trasporti, servizi per le famiglie, cultura, ambiente. Perché le persone scelgono dove vivere… pensando alla propria vita».
Da qui la convinzione «che l'Europa – ha proseguito - debba aprire una riflessione su un grande piano di investimenti e opere pubbliche anche per il dopo PNRR. Non una proroga del PNRR. Una nuova politica europea di investimenti.
Perché abbiamo scoperto che l'Europa, oltre a stabilire regole, può investire direttamente nella trasformazione dei territori. Sarebbe un errore disperdere questa esperienza».
Non è mancato un importante passaggio sul tema della coesione, concepita non come assistenza ma garanzia delle condizioni per competere a ogni territorio.
«Ed è proprio qui – ha dichiarato il Sindaco di Siderno - che vedo una contraddizione forte con l'autonomia differenziata. Perché faccio fatica a immaginare un Paese che da una parte investe miliardi per ridurre i divari territoriali e dall'altra rischia di differenziare ulteriormente le possibilità dei cittadini in base al luogo nel quale vivono. Un bambino che nasce a Siderno, a Milano, ad Andria o ad Agrigento deve avere gli stessi diritti fondamentali e le stesse opportunità di partenza».
Dunque, sviluppo, coesione e il grande tema delle riforme e degli assetti istituzionali.
«Abbiamo bisogno – ha evidenziato- di un sistema nel quale Comuni, Regioni e Stato sappiano chi deve fare cosa e abbiano gli strumenti per farlo. Una riforma istituzionale, alla fine, funziona se migliora la capacità di governare i problemi reali, non se modifica soltanto l'architettura delle istituzioni», tenendo sempre bene a mente che «se cresce il Mezzogiorno, cresce l'Italia. E non è una frase fatta. È economia. Perché Svimez ha calcolato che ogni euro investito nel Mezzogiorno genera circa 1 euro e 30 di valore aggiunto per l'intero Paese. E una parte di quell'effetto si produce direttamente nel Centro-Nord».
Un meccanismo economico elementare, per spiegare che «un'impresa che cresce al Sud alimenta filiere che attraversano tutto il Paese. E vale anche il contrario: un Mezzogiorno che si impoverisce significa un mercato più piccolo anche per le imprese del Nord. Quindi ridurre il divario non è una concessione fatta al Sud. È interesse nazionale. Non dobbiamo investire nel Mezzogiorno soltanto perché il Sud ha bisogno dell'Italia. Dobbiamo farlo anche perché l'Italia ha bisogno del Sud».
Un ragionamento che vale ovunque perché «se, ad esempio, cresce Siderno ma si impoverisce la Locride, Siderno non ha vinto. Dobbiamo imparare a ragionare per territori: città e aree interne, costa ed entroterra, Comuni, università, imprese e associazioni» in un contesto libero da ogni condizionamento mafioso perché «la lotta alla criminalità organizzata non è soltanto una battaglia di legalità, che già sarebbe sufficiente. È anche una politica di sviluppo».
E se il dopo PNRR riguarda anche la capacità dei Comuni di gestire le opere già realizzate, occorrono personale, competenze e risorse correnti «che solo – ha detto Fragomeni – un’Europa che continui a investire, uno Stato che garantisca le grandi infrastrutture e gli stessi diritti fondamentali ovunque, Regioni che programmino guardando ai territori nel loro insieme e Comuni messi nelle condizioni di trasformare tutto questo in servizi e qualità della vita».
Da qui le tre proposte conclusive.
«Un piano europeo di investimenti per il dopo PNRR, soprattutto per colmare i divari infrastrutturali; una riforma vera del governo dei territori, superando la Delrio e ragionando anche di unioni e fusioni tra Comuni; più strumenti ai Comuni: personale, competenze e risorse per far funzionare – ha concluso - ciò che abbiamo costruito».