Con “Diario di un trapezista” il giornalista ripercorre la sua carriera, le inchieste, le pressioni subite e il valore di un’informazione libera e indipendente
C’è il coraggio di chi sceglie di non piegare la schiena, il rischio di chi decide di andare fino in fondo a un’inchiesta e la consapevolezza che, per difendere la libertà di informare, il prezzo da pagare può essere molto alto. È il mondo di Sigfrido Ranucci, giornalista e volto di Report, che ieri sera ha portato sul palcoscenico del teatro “Francesco Cilea” di Reggio Calabria il suo “Diario di un trapezista”, nell’appuntamento fuori abbonamento inserito nella rassegna artistica dell’Officina dell’Arte.
Un racconto a tutto tondo, nel quale la dimensione professionale si intreccia con quella personale, restituendo al pubblico non soltanto il dietro le quinte di alcune delle inchieste più significative della sua carriera, ma anche le persone incontrate lungo il cammino, le difficoltà, le paure e le responsabilità che accompagnano il lavoro di un giornalista d’inchiesta.
Prima di iniziare il suo racconto, abbiamo incontrato Ranucci per una conversazione che attraversa il significato del suo spettacolo, le sfide dell’informazione nell’era dei social, le conseguenze personali del suo lavoro e la necessità di continuare a difendere il diritto dei cittadini a essere informati.
Perché hai scelto proprio la figura del trapezista come metafora?
"Intanto, un po’ perché il mio percorso è stato quello di saltare da un trapezio all’altro. Anche in questo momento si tratta di un salto molto più complicato rispetto al passato, senza avere la certezza di poterlo ripetere. Ma il titolo nasce soprattutto da una frase del mio maestro, il direttore Roberto Morrione, che mi diceva: quando diventi un obiettivo per un’inchiesta, passa al trapezio successivo. Significa realizzare un’inchiesta ancora più dura, che renda più difficile colpirti. È un insegnamento di vita: non piegare la schiena e mantenere alta l’asticella della libertà di stampa".
Sul palco racconti te stesso, ma anche le tue inchieste. È stato più difficile vestire i panni dell’uomo o quelli del giornalista?
"Quando interpreti il mestiere in una certa maniera, come ho cercato di fare io, non puoi separare completamente le due dimensioni. Sono vasi comunicanti: una parte del Sigfrido professionale finisce in quello personale e viceversa. È stata una bella seduta di psicoanalisi, un modo per mettere insieme 23, 25 anni di storia. La parte più interessante, però, è ciò che si è sviluppato dietro le quinte delle inchieste, quello che la gente non conosceva. È stata anche l’occasione per ringraziare tutte quelle persone che hanno contribuito al successo di alcune inchieste rimanendo nell'ombra. Penso al tassista e a una producer svizzera che mi hanno aiutato a sfuggire alla trappola di un politico, oppure a un vagabondo che mi ha fornito le chiavi di lettura per la lettera-inchiesta più importante della mia carriera, forse una delle più importanti nella storia della Rai. Per la prima volta, in cinquant’anni di storia, la Rai ha fatto il giro del mondo grazie a uno scoop internazionale".
Che cosa speri che il pubblico porti con sé dopo aver assistito allo spettacolo? Quale domanda vorresti che si ponesse una volta uscito dal teatro?
"Mi ha sempre colpito vedere persone che, dopo quasi due ore di spettacolo e di monologo, rimangono ancora lì per un’altra mezz’ora, magari per una fotografia o per scambiare qualche parola. La considerazione che mi fanno più spesso è che escono diverse da come sono entrate. Cambia il loro sguardo sul mondo dell’informazione e, più in generale, sul mondo. Questo è forse il complimento più importante. Durante lo spettacolo ci si commuove, ci si emoziona, ma si sorride anche: ci sono diversi cambi di passo. Alla fine, però, rimane una domanda fondamentale: qual è il prezzo da pagare per mantenere la libertà di essere cittadini consapevolmente informati?".
Viviamo in un’epoca in cui la disinformazione viaggia velocemente sui social. Come si difende la verità?
"Intanto, presidiando i social. Non bisogna abbandonarli, perché sono uno strumento di comunicazione e di polarizzazione attraverso il quale, per anni, sono stati veicolati messaggi che puntavano all’implosione dell’Europa, alla lotta contro l’immigrazione, allo sgretolamento del diritto internazionale e all’indebolimento dei diritti individuali. C’è stato anche un contrasto alle politiche di papa Francesco, identificato come un leader di sinistra perché difendeva l’inclusione, valori fondamentali come mettere l’uomo al centro e tutelare l’ambiente. Noi europei non siamo stati in grado di difendere adeguatamente i nostri valori. Una parte della responsabilità è anche dell’Europa, che si è fatta trovare impreparata di fronte a una nuova forma di colonizzazione proveniente da un’area ben precisa del mondo: la Silicon Valley. Parliamo di tecnocrati di destra che hanno un’idea della democrazia completamente diversa dalla nostra".
Il trapezista è costantemente sospeso tra rischio e coraggio. È la stessa condizione in cui si trova oggi il giornalista d’inchiesta?
"Mi sembra proprio di sì. Lo vediamo nei giornalisti che non piegano la schiena e che, per questo, hanno pagato un prezzo, a volte molto amaro. La cosa positiva è che incontro tantissime persone che vogliono essere informate, che amano la profondità e l’indipendenza. È da lì che bisogna ripartire per cambiare lo sguardo sul ruolo dell’informazione".
Con il tuo lavoro hai fatto luce su vicende che altrimenti sarebbero rimaste nell’ombra. Hai mai pensato di aver pagato un prezzo troppo alto?
"Sì. Ma il problema è che il prezzo lo hanno pagato anche tutte le persone che mi stavano accanto. Questo mi ha provocato tantissimo dolore, perché mi sono sentito impotente nel difenderle. Quando colpivano loro per colpire me, mi sentivo responsabile di quella situazione. È stato, però, anche un momento di crescita e di consapevolezza per le persone che mi sono state vicine, che forse non comprendevano fino in fondo il ruolo che avevo scelto e il modo in cui ho interpretato il mio mestiere in questi anni. Mi reputo ancora un privilegiato. Lo spettacolo comincia ed è dedicato a quei trenta giornalisti che sono stati uccisi per aver raccontato il rapporto tra mafia e politica, i conflitti, il terrorismo rosso e nero. Se sono ancora qui, lo devo esclusivamente alla qualità delle donne e degli uomini che ho incontrato nella mia vita".
Sul palco parlerai anche della tua vicenda personale, di Report e di quanto è accaduto intorno al programma?
"Parleremo di Report e racconterò tante cose che aiutano a capire quello che è successo e quello che sta succedendo in questo momento. Si arriva gradualmente alla conclusione. È come comporre un mosaico: metti i tasselli al posto giusto e, alla fine, riesci a delineare la figura del mostro".
Se potessi tornare indietro e ripercorrere la tua carriera, cambieresti qualcosa?
"Guarda, alla fine credo che rifarei tutto, perché il mio carattere è questo. Credo di essere sempre stato coerente con me stesso e con le scelte che ho fatto. Quando sei coerente con quel tipo di scelte, la differenza che fa l’esperienza è che capisci prima che ti stai cacciando in un guaio. Ma non è detto che questo ti eviti di finirci".
Dalle parole di Sigfrido Ranucci emerge il ritratto di un giornalismo che non si esaurisce nella pubblicazione di una notizia, ma si misura con la capacità di cercare ciò che resta nascosto, di resistere alle pressioni e di difendere l’autonomia del racconto. “Diario di un trapezista” diventa così molto più di una ricostruzione autobiografica: è una riflessione sul prezzo della verità, sulle persone che rendono possibile un’inchiesta e su una professione che, per essere davvero libera, richiede coraggio e responsabilità.
Il messaggio che arriva dal palcoscenico del Cilea è chiaro: non basta chiedere ai giornalisti di non piegare la schiena. Occorre anche una comunità capace di riconoscere il valore dell’informazione indipendente, di distinguere i fatti dalla manipolazione e di non rinunciare alla profondità in un mondo dominato dalla velocità dei clic. Perché, come suggerisce la metafora scelta da Ranucci, il trapezista continua il suo viaggio passando da un sostegno all’altro. E il giornalista, quando il rischio aumenta, è chiamato a cercare un nuovo appiglio senza perdere di vista il proprio obiettivo: raccontare ciò che accade, anche quando farlo diventa scomodo.