Ognissanti, in Calabria i morti tornavano a casa: le antiche tradizioni della notte tra l'1 e il 2 novembre

Autore Giorgia Rieto | dom, 01 nov 2026 15:30 | 1-Novembre Tradizioni-Calabria

 In passato, in diversi borghi calabresi si credeva che le anime dei defunti tornassero nelle proprie abitazioni per fare visita ai familiari

C'è una Calabria fatta di racconti tramandati dai nonni, di gesti antichi e di tradizioni che oggi rischiano lentamente di scomparire. È quella che riaffiora ogni anno con l'arrivo di Ognissanti e della Commemorazione dei defunti, quando il ricordo di chi non c'è più si intreccia con credenze popolari che, fino a qualche decennio fa, facevano parte della vita quotidiana di tante famiglie.

In diversi paesi calabresi, infatti, esisteva una convinzione particolare: nella notte tra il primo e il 2 novembre, le anime dei defunti tornavano sulla terra per fare visita alle proprie case e ritrovare, almeno simbolicamente, i propri cari. Una credenza che trasformava queste giornate non soltanto in un momento di raccoglimento e preghiera, ma anche in un'occasione di accoglienza e continuità degli affetti.

Una delle usanze più suggestive era quella di lasciare la tavola apparecchiata durante la notte. Dopo la cena, alcune famiglie non sparecchiavano, lasciando pane, cibo e bevande a disposizione delle anime che, secondo la tradizione, sarebbero tornate nelle abitazioni. Non si trattava semplicemente di un gesto simbolico, ma di un modo per mantenere vivo il rapporto con i familiari scomparsi, come se per una notte potessero ancora sedersi insieme ai propri cari.

In alcune località si lasciavano anche bicchieri o brocche d'acqua, affinché le anime potessero dissetarsi durante il loro viaggio. A Nicotera, nel Vibonese, si ricordava l'usanza di sistemare sul davanzale un secchiello d'acqua accompagnato da una tovaglietta. A Zaccanopoli, invece, venivano riempite bottiglie e bicchieri fino all'orlo, nella convinzione che i defunti potessero fermarsi a bere.

Non mancavano neppure piccoli accorgimenti per favorire simbolicamente il ritorno dei propri cari: in alcune case si lasciava una finestra aperta, una porta socchiusa o una candela accesa sul davanzale, affinché le anime potessero trovare la strada per rientrare.

I bambini e i doni portati dai defunti

Tra le tradizioni più particolari c'era quella legata ai bambini. In diverse comunità calabresi si raccontava ai più piccoli che, durante la notte tra l'1 e il 2 novembre, sarebbero stati proprio i familiari defunti a portare loro dei regali.

Al risveglio potevano trovare dolci, frutta secca, monete o piccoli doni, preparati dai genitori e attribuiti simbolicamente ai nonni o agli altri parenti scomparsi. Un modo per trasmettere ai bambini il ricordo dei propri antenati senza trasformare la morte soltanto in qualcosa da temere.

Nel Vibonese, inoltre, sopravviveva una tradizione ancora più particolare: quella del Coccalu di muortu. I bambini svuotavano grosse zucche, le intagliavano dando loro le sembianze di un teschio e inserivano all'interno una candela accesa. Con queste lanterne giravano per le case chiedendo offerte, dolciumi e qualche moneta.

A Nicotera la questua era accompagnata dalla domanda «ndi dati i benedetti morti?», mentre in altre località si utilizzavano espressioni dialettali differenti. Una tradizione che presenta sorprendenti somiglianze con alcune usanze oggi associate ad Halloween, ma che affonda le proprie radici nel folklore locale.

Una Calabria fatta di riti e memoria

Le usanze non erano identiche in tutta la regione. Ogni territorio custodiva le proprie particolarità, con rituali che cambiavano da un paese all'altro.

Nel territorio del Savuto, ad esempio, si ricordano preparazioni e momenti conviviali dedicati simbolicamente alle anime dei defunti, con pane, vino e ceci. In alcune comunità arbëreshe del Cosentino, invece, la commemorazione prevedeva momenti collettivi di preghiera e condivisione nei pressi delle tombe dei propri familiari.

Anche il cibo assumeva un significato particolare. Piatti come le lagane e ceci, le fave e i dolci preparati per la ricorrenza rappresentavano un elemento importante della tradizione, insieme alle offerte destinate simbolicamente ai defunti e ai più bisognosi.

Oggi molte di queste consuetudini sono scomparse o sopravvivono soltanto nei ricordi degli anziani. Restano però racconti preziosi, capaci di restituire il volto di una Calabria nella quale il rapporto con chi non c'era più veniva vissuto attraverso piccoli gesti quotidiani.

Perché, un tempo, la notte tra Ognissanti e il Giorno dei Morti non era soltanto una ricorrenza da celebrare al cimitero. Era anche la notte in cui si lasciava idealmente una porta aperta, una luce accesa e un posto a tavola per chi, pur non essendoci più, continuava a far parte della famiglia.


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