ATTUALITA'

La riflessione di Pazzano del Collettivo La Strada

"Non abbiamo bisogno di pietismo ma di Pietas, di Politica"

Abbiamo un disperato bisogno di Politica, per uscirne migliori come comunità abbiamo bisogno di altri spazi dell’elaborazione che non siano i social. In questa restrizione non chiediamo alle Istituzioni altro che confermarla, possibilmente aumentarla e certamente controllare. Politici vuoti di idee non aspettavano altro per risalire nell’affetto dei cittadini, messaggi chiari e diretti: state a casa, vigileremo perché nessuno esca. Controllo dell’ordine e sicurezza pubblica, panacea per chi negli ultimi anni si è distinto per assenza di capacità dai problemi reali, collaborazione allo smantellamento dello stato sociale e della sanità pubblica per quieto vivere e strategie di partito. A costo zero più che un’operazione di maquillage è un vero e proprio processo di riverginazione. I problemi sono oscurati, le ferite del territorio sono aggravate e non se ne parla più, le povertà aumentano, ma si concede deliberatamente che mascherine, aperture e file del supermercati, conteggio dei tamponi siano gli unici argomenti di discussione.
Questo è un virus col quale dovremo convivere a lungo, senza perdere la capacità di problematizzare, di aprire critiche, di proporre, di mantenere alto il livello del confronto -e dello scontro anche- con gli amministratori. Abbiamo il dovere di restare cittadini, non possiamo abdicare.
Il grande lavoro di coordinamento della Prefettura e la sostanziale collaborazione della maggior parte della popolazione ci stanno consegnando una realtà finora tutelata dal contagio. Alla politica locale dobbiamo chiedere altro. Assistiamo invece alla bullizzazione video dei “disobbedienti”, alle rassicurazioni di una ripresa economica tanto ripetute quanto vaghe. Sui social il Sindaco si dispone con “messaggi alla Nazione” giornalieri. I contenuti sono sempre gli stessi, con pochissime varianti. Sostanzialmente si tratta di variazioni estetiche sul tema “non si esce di casa!”. Fanno da contorno interventi minimi, spesso declinazioni di scelte del Governo o di proposte e azioni di gruppi cittadini per cui il Sindaco si prende i meriti. Di fatto con pochissimo lavoro si ottiene il massimo di visibilità e consenso, in una dimensione comunicativa che appare da culto della personalità. Il Sindaco è il fuoco attorno a cui ci si raccoglie per sentirsi riscaldati, ma quella che si raccoglie non è una comunità quanto piuttosto un gruppo di beneficiari social che esclude la maggior parte della popolazione. A conti fatti le misure intraprese sono le stesse in tutta Italia, quello che un amministratore locale dovrebbe fare è agire politicamente perché, in queste scelte restrittive nazionali, resti viva -per come possibile- l’economia locale, nessuno resti senza acqua, nessuno resti senza casa, chi ha problemi di disabilità abbia la giusta assistenza domiciliare, nessuno resti solo, le categorie più svantaggiate siano messe al centro dell’azione amministrativa... Assistiamo strumentalmente a una campagna elettorale a canale unico in cui le azioni messe in campo per la solidarietà sociale sono sempre le stesse (solidarietà spontanea dei cittadini, intervento dei volontari, supporto di professionisti a gratis…) ma in cui, come in una ipnosi di massa, tutto è riconducibile alla personalità del Sindaco che fa le locandine. Sul tavolo della vita reale tutte le problematiche restano presenti se non aggravate e su quelle, misure e delibere alla mano, neppure un’azione è stata intrapresa.
Il rischio per un territorio già depresso come il nostro è presto detto: l’aumento esponenziale di bisognosi, in ogni ambito. Questo potrebbe portare a una maggiore ricattabilità con un rafforzamento notevole della politica clientelare e della ‘ndrangheta. Sulla seconda si sono già pronunciati Gratteri e De Raho pochi giorni fa, sulla prima non occorre la palla di vetro. Ancora di più è necessario vigilare, perché assunzioni a tempo, nuovi concorsi, servizi ai cittadini saranno il terreno sul quale si giocherà la dignità di un territorio sempre più impoverito. Ecco che allora bisogna molto pensare al dopo, aprire ora una fase di dibattito e confronto, riattivare uno scenario di partecipazione. La Politica alta resta sempre quella “casa per casa, strada per strada”, in un tempo di mobilità costretta bisogna trovare la strada per non abdicare. I gattopardi sono pronti ancora una volta ad approfittarsi di un contesto apparentemente dinamico e invece estremamente immobile. Dietro i social, nell’appiattimento di una comunicazione molto orientata sul ruolo del leader e sul problema del momento, il gioco sembra nuovo ma è sempre lo stesso: fare sembrare che tutto cambi perché niente cambi.
Dobbiamo evitarlo. Dobbiamo essere profondamente cittadini, ecco tutto.
Dietro la retorica di una comunità unita nell’obbedienza alle regole si nasconde l’aggravarsi di situazioni pronte a esplodere. Sostanzialmente la città rischia di diventare come quelle case abbandonate che cadono a pezzi: ce ne accorgeremo solo quando torneremo ad abitarla.
Una comunità è tale se comprende tutte e tutti, altrimenti nominarla è solo uno stucchevole atto di retorica, colpevole se si è anche un amministratore che, dopo sei anni di governo, lascia dormire la gente in strada, le case senz’acqua, i lavoratori da mesi senza stipendio, le povertà a impoverirsi di più. Davanti a un Sindaco che prepara torte, gioca a playstation, legge comodamente sul divano non c’è nulla di che offendersi. Un ritratto semplice e borghese di umanità. Ma davanti alle evidente sciagure di medici costretti a turni massacranti, lavoratori in crisi, concittadini reclusi in tuguri o abbandonati in strada da politiche locali oscene l’unico riferimento possibile è quello a Maria Antonietta: il popolo non ha pane, che mangi brioches! Una politica da torre d’avorio, ma lo sapevamo già. Occorre ristabilire un confine netto tra pietismo e pietas. Il primo è tipico della politica d’accatto fondata sull’assistenzialismo, la risoluzione temporanea (quasi un favore) di un problema strutturale, il richiamo costante ai bisognosi e ai poveri perché si ha bisogno di loro per affermarsi come buoni presso la credulità popolare. La pietas è invece uno sconvolgimento complessivo delle regole che determinano la diseguaglianza, è entrare profondamente nell’umanità e nel dolore per uscirne insieme, fare pure ciò che è sconveniente per l’affermazione delle giustizia sociale. Il pio Enea che porta in spalla il padre Anchise compie un gesto che rompe un vecchio rigore estetico, fonda una nuova umanità con un gesto che sorprende perché nuovo. E non si è fatto un selfie. La lezione è tutta qui. È questo il momento di costruire una città giusta o sarà tutto come prima, ma con più retorica.
Saverio Pazzano
08-04-2020 12:39

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