Anna Politkovskaja:
CULTURA

7 ottobre 2006 - 2016 Memoria, cinema e impegno nel decennale del delitto ancora senza mandanti

Anna Politkovskaja: "L'importante č avere l'opportunitā di fare qualcosa di necessario"

Reggio Calabria. Uccisa a Mosca dieci anni fa. Aveva da poco compiuto 48 anni, Anna Politkovskaja. Era il 7 ottobre del 2006 e quel delitto è ancora oggi senza mandanti, intollerabile come le violenze subite dalla popolazione cecena durante il conflitto con la Russia che lei ebbe il coraggio di denunciare. Un dramma, vicino nel tempo, da lei descritto con chiarezza, circospezione, responsabilità. Dure critiche all’operato del presidente Putin e forti denuncie circa le violazioni dei diritti mani in Cecenia: parole coraggiose perché nessun altro le avrebbe scritte, parole essenziali perché senza di esse non avremmo saputo e senza di esse forse Anna sarebbe ancora viva. Invece lei ha ritenuto che fosse un dovere fare qualcosa di necessario e un’opportunità avere la possibilità di farlo. Così ha raccontato e i suoi racconti, le sue parole le sono sopravvissuti.
La storia di Anna Politkovskaja è forte per il coraggio e l’integrità con cui è stata scritta da lei e per la violenza con cui è stata stroncata da altri. Lei è morta per la verità che non ha rinunciato a rendere nota, per il rispetto supremo dell’autenticità degli accadimenti, dei testimoni che a lei hanno affidato le loro denuncie e del diritto alla conoscenza del lettore. Ha sacrificato la sua vita “Per questo”, come recita il titolo della raccolta di suoi articoli pubblicata qualche anno dopo il suo assassinio, con i caratteri di Adelphi, grazie all’opera appassionata dei colleghi di Novaja gazeta, dei figli Vera e Ilya Politkovsky e della sorella Elena Kudimova.
Scrivere, per lei non era un atto di coraggio o di eroismo ma un atto dovuto verso ciò che aveva visto, nei confronti delle persone che di lei si erano fidate, che a lei avevano confidato gli orrori che avevano subito e vissuto, che con lei rischiavano la vita. Raccontava i fatti ed essi parlavano da soli. La sua penna era solo un tramite al servizio della verità. Il giudizio era del lettore. Una libertà che ha fatto tremare i potenti, che avrebbe dovuto essere ‘corretta’, mutilata a qualunque costo. Omissioni, manipolazioni e compiacenze, ecco cosa avrebbe dovuto subentrare e lei avrebbe dovuto essere ‘rieducata’ al dovere di ubbidire, di non parlare, di tacere. Mani infami e menti assassine hanno compiuto il misfatto ma lei è ancora oggi una donna e una giornalista che ha avuto una sola padrona: la verità.
La storia di Anna è particolarmente paradigmatica. Non c’era altro modo di fermare la sua ricerca e la sua denuncia di verità scomode, se non ucciderla. A Mosca lei era in trincea con la sua persona e la sua firma e con lei c’erano il direttore, i colleghi del suo giornale indipendente Novaja Gazeta, al servizio dei fatti e dei lettori e non del potere e dei suoi detentori più o meno occulti.

In Italia, solo nel 2015, secondo Ossigeno per l’informazione, sono stati 521 i giornalisti e i blogger italiani vittime di intimidazioni, minacce ed abusi a causa del loro lavoro; un dato in linea con il 2014 e in aumento di oltre il 30% rispetto al 2013, segno che il rischio è ancora alto e in quasi tutte le regioni dello Stovale. Dal 2006 ad oggi oltre 2000 giornalisti sono stati minacciati e intimiditi dalle mafie. Molti vivono sotto scorta segno che la libertà di stampa è ancora oggi, anche nei sistemi democratici, a rischio.

Nel segno delle memoria di una giornalista straordinariamente coraggiosa nella sua semplicità e limpidezza, il documentario “Anna 211” di Giovanna Massimetti e Paolo Serbandini impone una riflessione sulla libertà di stampa e sul diritto-dovere irrinunciabile di verità connesso alla professione giornalistica. Esso racchiude simbolicamente nel titolo un numero e un nome. I giornalisti e le giornaliste assassinati dalla caduta dell’Unione sovietica fino al 2006 sono stati, infatti, 211. La duecentundicesima vittima è stata proprio Anna Politkovskaja.
Il documentario ha, altresì, il pregio di contrastare l’oblio su una storia recente, e già dimenticata, come quella dolorosa del conflitto Russo-Ceceno.
Risalente al 2008, esso ha il pregio di intrecciare le vicende personali e professionali della giornalista russa e la storia della Russa dalla fine degli anni Ottanta fino all’attuale era Putin. Un grande paese e le sue trasformazione politica, il cammino verso la democrazia non esente dal cancro del potere di pochi in cui si è consumato un delitto rimasto ancora senza mandanti di chi non ha rinunciato a raccontare verità scomode, non ha abdicato al dovere civile di raccontare e testimoniare i fatti. Un racconto, in questo contributo di immagini e voci, che è anche un documento storico sulla Russa e che propone testimonianze dei familiari e dei colleghi della giornalista di Novaja Gazeta, di persone che l’hanno conosciuta. La prima proiezione in Calabria al cine teatro Odeon di qualche giorno fa ha costituito un evento fuori tessera, l’anteprima della nuova rassegna del circolo del cinema “Cesare Zavattini”, al quale è seguito il dibattito sulla libertà di stampa organizzato in collaborazione con la federazione nazionale della Stampa e dell’ordine dei Giornalisti della Calabria. Sul palco tra una proiezione l’altra, Carlo Parisi (segretario generale aggiunto Federazione Nazionale Stampa Italiana), Michele Albanese (consigliere nazionale Fnsi responsabile legalità), Luciano Regolo (consigliere nazionale Fnsi), Giuseppe Soluri (presidente Ordine dei giornalisti della Calabria), Tonino De Pace (presidente del Circolo del cinema “Zavattini”), la collega Paola Abenavoli. Appuntamento con il quale ha avuto inizio anche la seconda edizione della rubrica “E’ tutto cinema” in onda il giovedì alle ore 20, con replica sabato alle ore 15:30 e martedì alle ore 20, frutto della collaborazione tra Reggiotv e il circolo del cinema “Cesare Zavattini”.
“Ma alla fine che cosa avrei combinato? Ho scritto ciò di cui sono stata testimone. E basta. Sorvolo sulle altre ‘gioie ‘ della strada che mi sono scelta. Il veleno nel tè. Gli arresti. Le lettere minatorie. Le minacce via internet e le telefonate in cui mi avvertono che mi faranno fuori. Quisquilie. L’importante è avere l’opportunità di fare qualcosa di necessario. Descrivere la vita, parlare con chi ogni giorno viene a cercarmi in redazione e che non saprebbe a chi altri rivolgersi. Dalle autorità ricevono solo porte in faccia: per l’ideologia al potere, le loro disgrazie non esistono, di conseguenza neanche la storia delle loro sventure può trovare spazio sulle pagine dei giornali. Solo sul nostro ‘Novaja Gazeta’”. PER QUESTO Anna Politkovskaja è stata uccisa ma soprattutto PER QUESTO Anna Politkovskaja ha vissuto.
Anna Foti
07-10-2016 23:26

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