Gabriele Arecchi rievoca l’incredibile voragine marina del 17 giugno 1987 e i precedenti storici di sprofondamenti lungo le coste dello Stretto
Era la mattina del 17 giugno 1987, una di quelle che iniziano in sordina, tra la foschia e il silenzio salmastro della costa reggina. Ma quella giornata, nella memoria collettiva di Catona, si è impressa come una ferita sabbiosa scavata dalla natura. Un tratto di 150 metri di spiaggia centrale, per una larghezza di circa 10 metri, fu letteralmente inghiottito dal mare, dando vita a una voragine profonda quanto un palazzo di dieci piani.
A 38 anni di distanza, a riportare alla luce quella straordinaria vicenda è Gabriele Arecchi, con un dettagliato e suggestivo racconto che rievoca l’iconica immagine del vigile urbano che, armato solo di una cordicella metrica e una radiotrasmittente, misurava con cautela l’abisso formatosi davanti ai suoi occhi. Una fotografia divenuta virale (per l’epoca), pubblicata in prima pagina dalla Gazzetta del Sud, che contribuì a rendere noto l’evento su scala nazionale.
Il fenomenoSecondo le cronache dell’epoca, tutto ebbe inizio poco prima delle 7 del mattino, con l’apparizione di grosse bolle d’aria che affioravano in superficie a pochi metri dalla riva. In meno di due ore, tra le 7 e le 8:15, il fenomeno si concluse con la scomparsa di un tratto di litorale, mentre i curiosi, sfidando i divieti, accorrevano numerosi per osservare quella che sembrava una scena uscita da un film catastrofico.
L’allarme fu dato alla vicina caserma dei Carabinieri, che attivò Prefettura e Protezione Civile. Intervennero esperti e geologi, con ipotesi scientifiche contrastanti. La Commissione Grandi Rischi parlò di un “movimento franoso indotto da condizioni di instabilità del fondo, probabilmente provocate dall’accumulo di sedimenti attorno a un zatterone tedesco affondato nel 1943”.
Ma Arecchi ricorda come quella spiegazione fosse tutt’altro che definitiva: la motozattera militare “Siebel”, affondata il 4 agosto del ’43 da un attacco aereo alleato, non si trovava affatto nel punto della frana, bensì a circa 250 metri più a nord, sotto la sabbia dove un tempo sorgeva la colonia estiva per bambini.
Una storia che si ripeteMa è davvero stato un evento isolato? La risposta è no. Come spiega ancora Arecchi, fenomeni simili si sono verificati più volte lungo le spiagge sabbiose dello Stretto di Messina. Spesso passano inosservati, perché accadono di notte o in zone disabitate, o semplicemente perché di dimensioni più contenute.
Il caso più emblematico e tragico avvenne nel 1560, quando l’intera penisola di Nacareri a Catona sprofondò in mare, seguita, meno di due anni dopo, dalla penisola di Calamizzi a Reggio Calabria. Anche in quei casi si parlò di azioni erosive delle acque fluviali e di deviazioni dei corsi d’acqua.
Le spiegazioni della scienzaA sostegno di queste ipotesi, Arecchi richiama gli studi del geologo Emilio Cortese, che nel 1895, nel suo trattato sulle coste dello Stretto, elencava le concause degli sprofondamenti:
Sedimenti fluviali incoerenti e non compattati
Sorgive d’acqua dolce sotterranee
Correnti marine potenti e variabili
Conformazione instabile del fondale
Erosione costante delle onde
Insomma, un equilibrio geologico sempre in bilico, dove basta poco perché terra e mare si contendano gli spazi.
Una memoria ancora viva“Non vi è nulla di nuovo sotto il sole”, scrive Arecchi citando le Sacre Scritture. E in effetti, l’inabissamento di Catona non è solo un aneddoto da tramandare: è un monito, un promemoria geologico che ci ricorda quanto la natura possa essere imprevedibile anche quando appare placida e silenziosa.
Quella voragine sulla spiaggia non fu solo una frattura nel terreno: fu una frattura nella quotidianità, che ancora oggi, a distanza di quasi quattro decenni, continua a far riflettere.