Nei giorni scorsi, come di consueto, il Centro studi “Tradizione e Partecipazione”, paladino della sentita memoria reggina, ha ricordato le drammatiche pagine dei moti di Reggio, allorquando uno tsunami popolare scese in piazza contro quei giochi di potere che avevano determinato l'individuazione di Catanzaro, quale capoluogo di regione. Notoriamente la vicenda è stata strumentalizzata, negando la matrice popolare della stessa ed addirittura arrivando a teorizzare la presenza dell'eversione nera e del comportamento mafioso fascista, che continua a rimanere la vera ossessione di parte dell'intellighenzia politica istituzionale della città.
A distanza di cinquant'anni resta, invero, indelebile il tentativo di mistificare quella realtà, nella costante applicazione di una “strategia della tensione” che vuole fare continuare a vivere Reggio in una perenne fibrillazione e che invero malcela il costante tentativo di una parte della politica di strumentalizzare periodicamente la vicenda, per chiari fini populistici e demagogici. Se fascismo, per i più, equivale a dispotismo e allora è innegabile individuare ed etichettare come fascista quello Stato che intese reprimere la rabbia sociale di un'intera comunità, inviando carri e celerini armati, la cui presenza provocatoria ha solamente contribuito ad esacerbare gli animi e mortificare i cittadini, nella loro storia e dignità, esponendola negativamente al ludibrio nazionale e non solo.
E' la solita storia: Reggio voleva solo essere ascoltata nella sua richiesta di tutela della propria dignità storica, oggetto di baratti politici, conclusosi con un imbarazzante spreco di risorse pubbliche, oggi testimoniati dagli scheletri della Liquilchimica di Saline e della follia della doppia sede del consiglio e della giunta regionale.
Si tentò, attraverso piccoli contenuti, artatamente tutelare il “geosentimento”, ossia del quell'amore per il suolo indigeno di un paese che, invero, era stato utilizzato per tenere la società reggina confinata in questo lembo di terra.
Ed invece Reggio continua a non volersi piegare ed opporsi fermamente al progetto “Reggio delenda est”, si proprio come Cartagine, che i suoi nemici continuano a concretizzare tutte le volte che un politico reggino riesce a distinguersi nel panorama nazionale, attraverso operazioni che ripropongono il baricentro tra Cosenza e Catanzaro.
Non è campanilismo, ma è solo una presa d'atto. Ed allora non è mero “geosentimento” finalizzato alla tutela dei sentimenti per la propria terra, chiudendola tra i propri confini ed allontanandola dal mondo, bensì è l'esigenza di restare attenti e vigili nei confronti di chi ha ben compreso il potenziale economico sociale dell'Area Conurbata dello Stretto e di quel neo umanisimo che, partendo da Reggio capitale geopolitica del Mediterraneo, può nascere ed insediare le altre Calabrie.
E Reggio, prima della devastazione degli ultimi lustri, aveva perfettamente individuato, attraverso iniziative comunali di portata europea e convegni di espansione mediterranea, oggi intelligentemente riattualizzati, attraverso la riproposizione delle “Giornate Mediterranee” del Rotary del Presidente Gianpaolo Latella, la strada da percorrere.
Per dirla con i versi di Giovanni Pascoli: “Qui dove è quasi distratta la storia, resta la poesia”…
Luigi Tuccio