C'era un tempo in cui bastava varcare l'ingresso di via Filippini, o salire la rampa di via Aschenez, per ritrovarsi immersi nel cuore pulsante di un mercato coperto che era molto più di un semplice luogo di acquisto: era un'esperienza sensoriale, un punto di ritrovo, un microcosmo di vita reggina.
Ad accogliere i visitatori, una turbina di profumi e voci. Le grida vivaci dei venditori, i richiami scherzosi, i saluti tra conoscenti si mescolavano agli aromi intensi del pane appena sfornato, del formaggio stagionato, dei salumi appesi tra una bancarella e l'altra. Ogni box, ordinatamente suddiviso da grate di metallo lungo corridoi tematici, raccontava una storia fatta di tradizione, di lavoro e di passione.
C'erano le bacinelle colme di mozzarelle fresche e nodini da gustare sul momento, le olive speziate in tutte le varietà, pronte a essere imbustate nelle classiche sacchette trasparenti. E poi i luppini da sgranocchiare mentre si girava tra i banchi, le conserve artigianali, i pomodori sott'olio ei consigli delle venditrici per conservarli al meglio. Ogni acquisto era accompagnato da una ricetta, da un aneddoto, da un sorriso.
Il pesce, esposto su marmi bianchi bagnati a spruzzo con secchi d'acqua, completava il percorso: fresco, profumato, pronto per essere incartato nei tradizionali fogli da pescheria, pesato con bilance a piatto e raccontato da chi ne conosceva ogni segreto in cucina.
Ma il valore del mercato non era solo nella merce. Era nella relazione, nel dialogo, nella fiducia costruita nel tempo tra venditori e clienti. C'era chi ti accoglieva con il sorriso e chi con l'occhio attento al prezzo, chi barava un po' sul peso e chi ti metteva sempre qualcosa in più. E anche questo faceva parte del gioco, della quotidianità vissuta con calore e umanità.
Oggi, di tutto questo resta il ricordo. I box rinnovati ma vuoti, le mura spoglie di storie, il silenzio che ha preso il posto di quella dolce confusione fatta di grida, risate e profumi. L'intera zona, un tempo animata anche da negozi di abbigliamento, stoffe, calzature e mercerie, è stata privata della sua identità più vera, di quel tessuto umano e sociale che rappresentava la linfa vitale del centro città.
È il prezzo amaro di un progresso che, nel rincorrere la modernità, ha dimenticato le radici. Ma proprio per questo, è nostro compito custodire e tramandare quella memoria, affinché non si perda del tutto la bellezza di un passato che sa ancora parlare al presente, con il linguaggio semplice e autentico delle persone.
Associazione culturale “Sensazioni Emergenti