Strage di Verona, l’abbraccio tra carabinieri e il silenzio che non basta più

Autore Grazia Candido | ven, 17 ott 2025 13:24 | Strage-Verona Carabinieri Stato Sicurezza Abbraccio

L’Italia assiste al sacrificio silenzioso di chi ogni giorno difende lo Stato

Un’esplosione. Un boato che ha squarciato la notte e la vita di tre uomini. È accaduto sabato scorso, in un casolare alla periferia di Castel d’Azzano, dove un’operazione di sgombero ha trovato ostacolo nella follia, nella violenza, nella trappola di uomini pronti a morire pur di non lasciare il proprio rifugio. In quella deflagrazione hanno perso la vita tre carabinieri: il luogotenente Valerio Daprà, il brigadiere Davide Bernardello e il vice brigadiere Marco Piffari.
Oggi, mentre l’Arma piange i suoi caduti, resta un’immagine a raccontare più di mille parole: l’abbraccio tra due colleghi, scattato dentro l'Abbazia di Santa Giustina, a Padova. 

Due uomini in divisa, piangono e non si nascondono. Un momento di dolore, sì, ma anche di fratellanza, di dignità, di resistenza.
Questa non è solo una tragedia. È un segnale che non possiamo più ignorare. L’esplosione è stata causata deliberatamente: bombole di gas piazzate in punti strategici, pronte a scatenare l’inferno, un’azione pianificata. Non si è trattato di una fatalità: è stato un attentato, un agguato a chi indossa una divisa per difendere la legalità. I tre carabinieri morti non sono vittime del destino, ma del disprezzo verso lo Stato e le sue regole.

Sono caduti mentre facevano il proprio dovere, obbedendo a un ordine della Magistratura, intervenendo secondo la legge. In prima linea, come sempre.
Di fronte a tragedie come questa, il copione si ripete: le Istituzioni esprimono cordoglio, i media si interrogano, l’opinione pubblica si commuove. E poi si dice, come un mantra: “Una tragedia così non deve succedere mai più”.
Ma oggi, queste parole non servono a niente. Quella frase, svuotata dall’abuso, rischia di diventare un alibi. Perché una tragedia del genere non doveva succedere nemmeno stavolta. E se è accaduta, è perché qualcosa non ha funzionato: sicurezza, informazioni, misure preventive, gestione del rischio. Serve un’analisi vera, rigorosa. Serve chiedersi se i nostri uomini in uniforme sono messi nelle condizioni giuste per affrontare situazioni ad alto pericolo.
Chi indossa una divisa, lo fa sapendo che il rischio è parte del mestiere. Ma non per questo deve essere considerato normale morire in servizio.

Daprà, Bernardello, Piffari erano padri, mariti, figli. Erano servitori dello Stato, con anni di esperienza e dedizione. Non sono stati colti di sorpresa da un criminale armato: sono stati uccisi da un disprezzo profondo verso ogni simbolo di legalità.
Eppure, nessuno di loro si è tirato indietro. Non si sono nascosti dietro una scrivania, non hanno temporeggiato. Hanno seguito gli ordini, sono entrati in quel casolare e hanno pagato il prezzo più alto. Questa è la loro eredità: il senso del dovere fino all’ultimo respiro.
Il vero modo per onorare i tre carabinieri non è intitolare loro una caserma, né fare un minuto di silenzio. È garantire che i colleghi che restano in servizio abbiano gli strumenti, le tutele e il rispetto necessari per continuare a fare il proprio lavoro senza diventare bersagli.
È chiedere verità e responsabilità. È parlare meno e agire di più. È investire nella formazione, nella prevenzione, nella sicurezza delle forze dell’ordine. È denunciare con fermezza ogni forma di delegittimazione di chi indossa una divisa.
In fondo, in quel singolo abbraccio tra due carabinieri, c’è tutto ciò che resta quando le sirene si spengono e le telecamere se ne vanno. C’è dolore ma anche, qualcosa di più forte: la tenacia, la solidarietà, la consapevolezza di essere parte di qualcosa che va oltre il singolo.
In quell’abbraccio non c’è solo la fine di tre vite. C’è il giuramento silenzioso di chi resta e urla: “Io continuo. Anche per loro”.

Aggiornamenti e notizie