Genitori e insegnanti chiedono più educazione digitale e controlli sulle piattaforme
Sono nate come semplici giochi online, sfide tra amici per divertimento o per solidarietà. Oggi, però, le cosiddette challenge sui social stanno diventando un fenomeno sempre più preoccupante: un mix di emulazione, rischio e ricerca di visibilità che, in troppi casi, sta mettendo in pericolo la vita di adolescenti in tutto il mondo.
Negli ultimi mesi, diversi episodi di cronaca hanno riportato l’attenzione su questo tema. Ragazzi poco più che tredicenni coinvolti in sfide estreme, spesso ispirate da video visti su TikTok o Instagram.
Il meccanismo è semplice e terribile al tempo stesso: un gesto pericoloso, filmato con lo smartphone, condiviso online e spinto dagli algoritmi fino a diventare virale.
Tra le sfide più pericolose, la Blackout Challenge che consiste nel provocarsi un soffocamento temporaneo fino a perdere conoscenza, è una delle più diffuse e, purtroppo, una delle più letali. Negli Stati Uniti e in Europa, decine di ragazzi hanno perso la vita negli ultimi anni dopo aver tentato di replicarla.
Ma non è l’unica: la Benadryl Challenge, basata sull’assunzione di dosi eccessive di antistaminici, o la Skull Breaker Challenge, in cui una vittima viene fatta cadere violentemente all’indietro, hanno già provocato gravi conseguenze fisiche.
Dietro queste sfide si nasconde una dinamica psicologica complessa: la voglia di appartenere a un gruppo, di sentirsi accettati, di ottenere approvazione. In un’età in cui l’identità si costruisce anche attraverso lo sguardo degli altri, i “like” possono trasformarsi in una pericolosa dipendenza emotiva.
Molti genitori e associazioni chiedono oggi un intervento più deciso da parte delle piattaforme. Gli algoritmi che spingono i contenuti virali, spesso senza filtri efficaci, contribuiscono a diffondere rapidamente anche i video più pericolosi. Alcune aziende tech hanno introdotto sistemi di controllo e messaggi di avvertimento, ma il fenomeno continua a sfuggire di mano.
"Non basta rimuovere un video dopo che è diventato virale - afferma una mamma reggina preoccupata per il proprio figlio -. Serve un’educazione all’uso consapevole dei social e un controllo più stretto dei contenuti prima che raggiungano milioni di utenti".
Gli psicologi invitano a non demonizzare i social network, ma a promuovere un dialogo costante tra genitori, insegnanti e ragazzi. Spiegare come funzionano le dinamiche della viralità, insegnare a riconoscere i rischi e a gestire la pressione sociale sono passi fondamentali per prevenire tragedie.
Alcune scuole italiane hanno già avviato progetti di educazione digitale, con incontri e laboratori che aiutano gli studenti a capire il confine tra gioco e pericolo.
"Non possiamo lasciare che un algoritmo decida quanto vale la vita di un ragazzo - commenta un dirigente scolastico -. Le challenge non spariranno: fanno parte della cultura online e, in molti casi, restano innocue o addirittura benefiche. Ma quando la popolarità diventa più importante della sicurezza, il prezzo può essere altissimo".
Oggi, più che mai, serve una presa di coscienza collettiva: da parte delle piattaforme, delle famiglie, della scuola e dei media. Perché dietro ogni video virale c’è una persona reale e nessuna sfida vale la vita di un adolescente.