Arianna Rosaniti racconta la violenza subita e denuncia le gravi carenze di sicurezza nelle strutture sanitarie calabresi
“Mi sono dimessa. Non posso più lavorare in queste condizioni. È una vergogna che, nel 2025, i medici debbano avere paura di esercitare la propria professione”.
Con voce ancora scossa e ferma, la dottoressa Arianna Rosaniti, 24 anni, racconta la terribile aggressione subita domenica scorsa mentre era in servizio presso la guardia medica di Cittanova, in provincia di Reggio Calabria. Laureata da appena due mesi, la giovane professionista aveva deciso di rientrare nella sua terra dopo gli studi a Milano, animata dal desiderio di contribuire al rilancio del sistema sanitario calabrese.
“Ho già presentato la rinuncia all'incarico, sono davvero sotto shock - spiega la dottoressa laureatasi lo scorso 2 luglio e da un paio di mesi già operativa sul territorio -. È stata una vicenda bruttissima”.
La dottoressa racconta che l’aggressore, un uomo già noto alle Forze dell’ordine, viveva da tempo all’interno della struttura sanitaria abbandonata, occupando abusivamente una stanza dell’ex ospedale cittadino.
“Questo ragazzo aveva spaccato una porta del nosocomio e si era impossessato di un vano. Noi l’abbiamo scoperto solo ieri, ma tutti lo sapevano, anche il sindaco. Mi chiedo come sia possibile che nessuno lo abbia segnalato, soprattutto a chi firma un contratto per lavorare lì dentro. È una cosa vergognosa”.
L’ex ospedale di Cittanova, spiega la giovane dottoressa, “è un edificio enorme, abbandonato e isolato. La sera è completamente vuoto, circondato solo da sterpaglie. Io mi chiudo sempre dentro quando sono sola, perché ho paura. Domenica ho visto quell’uomo visibilmente agitato, non ho aperto e ho telefonato ai carabinieri. Ho avuto la prontezza di avvisarli subito e di chiamare anche un’amica di mia madre, che è medico qui a Cittanova. È arrivata prima di loro, mentre lui cercava di sfondare la porta della guardia medica”.
“Non si può lavorare così - denuncia la dottoressa Rosaniti -. Non può esserci una guardia medica presidiata solo da un medico. Serve una guardia giurata, qualcuno che garantisca sicurezza. Io mi sono laureata a Milano e lì, mai avrei visto un ambulatorio senza protezione. Qui invece, costringo mia madre o mio padre a venire con me, perché da sola ho paura”.
L’aggressore, riferisce ancora la dottoressa, “si è spogliato davanti alla polizia. Fortunatamente non mi ha toccata, ma le scene che ho visto non le dimenticherò mai”.
“È inaccettabile – continua – che le postazioni di continuità assistenziale non siano presidiate. Nessuno vorrà più fare la guardia medica se le cose non cambiano. Io mi sono dimessa, ma qualcosa deve succedere. È morta una dottoressa anni fa e non è cambiato nulla. Che cosa deve accadere ancora? Basta”.
In quel triste racconto, si percepisce il dolore misto alla rabbia di chi ama questa terra e pur avendo studiato fuori, ha scelto di tornare per dare il proprio contributo. La dottoressa Rosaniti ha fatto proprio questo "atto di coraggio" che però, a causa di qualcuno, è stato annientato.
“Rimarrò in Calabria per ora, ho bisogno dell’affetto dei miei genitori e della mia famiglia. Ma per la specializzazione tornerò al Nord, perché purtroppo ho avuto una bruttissima esperienza della sanità calabrese. Le istituzioni devono assumersi le loro responsabilità, perché non è più tollerabile che si lavori in queste condizioni".
E nonostante la paura e l’amarezza, la giovane dottoressa non dimentica l’affetto ricevuto dalla comunità di Cittanova.
“Mi sono sentita amata dalla collettività. Tutti erano felici di avere una dottoressa giovane. La gente era riconoscente. Ma ora, non riesco più a tornare a lavorare lì, è stato uno shock troppo grande”.
Una storia che riaccende i riflettori sulla sicurezza dei medici nelle postazioni di guardia medica e sull’abbandono delle strutture sanitarie nei piccoli centri calabresi.
“Serve un segnale concreto – conclude la dottoressa – o presto non ci sarà più nessuno disposto a garantire assistenza in queste condizioni”.