La linea sottile: quando la vita torna a battere sul campo di Africo

Autore Grazia Candido | gio, 20 nov 2025 08:15 | Davide Partita Mister-Cormaci Dottor-Santisi Vita

Il racconto del dottor Domenico Santisi sul drammatico salvataggio del giovane calciatore Davide

Ci sono minuti che non passano. Minuti che sembrano sospesi, dilatati, interminabili. Minuti in cui la vita decide se restare o andare via. È ciò che ha vissuto sul campo di Africo il dottor Domenico Santisi, durante la partita tra Melito e Africo, quando il giovane Davide Oliveri, dopo un contrasto banale come se ne vedono mille in ogni partita, è improvvisamente caduto all’indietro, battendo la testa. Un attimo prima correva, lottava, respirava. Un attimo dopo, non c’era più.

“Mi sono inginocchiato accanto a lui e ho capito subito che il tempo non era nostro alleato – racconta il dottor Santisi -. Quei quattro, cinque, forse più, forse meno minuti in cui Davide era un corpo immobile, con gli occhi sbarrati e senza respiro, sono stati i minuti più lunghi della mia vita professionale. Insieme al mister Cormaci abbiamo iniziato immediatamente le manovre di rianimazione cardio -respiratoria. Lui lo chiamava, lo baciava come un figlio, lo implorava di tornare. E continuavamo, testardi, ostinati, contro quel silenzio che non volevamo accettare”.

Poi è arrivato il momento delle placche del defibrillatore. Un ultimo tentativo. Un ultimo comando dato alla vita: “Torna”. E la vita, incredibilmente, ha obbedito.

“Ho visto il cuore di Davide riprendere a battere. Ho visto il suo petto rialzarsi. Ho visto i suoi occhi riaprirsi. In quell’istante ho provato un’emozione che non so descrivere: unica, infinita. Avrei voluto piangere di gioia, ma dentro di me una voce mi ha trattenuto: “Se cedi tu, è finita. Ti stanno guardando tutti”. C’erano le riprese in diretta, c’era mia moglie sul campo che mi guardava, c’era un’intera comunità sospesa in un respiro”.

Quando l’ambulanza è arrivata e la paura ha iniziato a sciogliersi, il dottore si è guardato attorno. Negli occhi dei ragazzi del Melito e dell’Africo c’era lo stesso identico sentimento: terrore. Quei giovani sportivi che fino a pochi minuti prima si affrontavano con grinta, contrasti duri, spinte, falli, agonismo esasperato, erano diventati improvvisamente fragili, consapevoli, muti. Avevano visto, per la prima volta forse, quanto sia sottile la linea che divide la vita dalla morte.

“E allora ho iniziato a riflettere. Perché questa consapevolezza la si prova solo davanti al rischio estremo? Perché non resta? - domanda il dottor Santisi -. Noi genitori, educatori, allenatori, insegnanti, forze dell’ordine, combattiamo ogni giorno con una generazione che sfida la morte senza rendersene conto: moto a velocità folle, auto a 200 all’ora mentre filmano storie sui social, alcool bevuto come fosse acqua, droghe prese come fossero caramelle, risse senza senso in sei o sette contro un solo ragazzo. Ogni giorno, leggiamo tragedie che lasciano dietro lacrime e interrogativi. Eppure, gli stessi ragazzi che, a volte giocano con il pericolo come fosse un gioco, oggi, su quel campo, tremavano per la vita di un compagno. Erano sgomenti, colpiti nel profondo. Avevano visto con i loro occhi quanto fragile sia questa esistenza che trattiamo spesso con leggerezza. Perché questo sentimento non può accompagnarli sempre? Perché dobbiamo aspettare di sfiorare la tragedia per ricordarci quanto sia prezioso il dono della vita?”.

Il dottore si rivolge proprio a questi ragazzi per ribadire che il coraggio non è sfidare la morte, ma rispettare la vita. La propria e quella degli altri. Che quella linea è davvero sottilissima, invisibile, ingannevole. E una volta oltrepassata, non si torna più indietro.

Ieri, Davide è tornato. E con lui, è tornata anche la consapevolezza nei cuori di chi ha assistito.

“Nessuno deve dimenticare ciò che abbiamo visto su quel campo: la vita è fragile, preziosa, unica. E merita rispetto. Sempre” - conclude il professionista reggino.  


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