La sentenza “ridimensiona” dunque l'ipotesi di un patto stabile tra la cosca e politici o imprenditori locali
La Corte di Cassazione ha messo la parola fine al troncone principale del processo Stige , confermando pesanti condanne per i vertici della cosca Farao-Marincola di Cirò e, al tempo stesso, assolvendo in via definitiva la cosiddetta “zona grigia” politico-imprenditoriale.
Il procedimento, nato dall'inchiesta che aveva svelato l'imponente controllo della 'ndrangheta su settori come pane, vino e rifiuti, con ramificazioni anche in Germania, riguardava 44 imputati giudicati con rito ordinario.
La Suprema Corte ha cristallizzato le responsabilità criminali interne alla cosca , rendendo definitive 19 condanne, tra cui quella più pesante, 24 anni di reclusione, inflitta allo storico boss di Cirò, Giuseppe Farao , 78 anni. Confermate anche le pene per altri esponenti di primo piano: Salvatore Papaianni (14 anni e 6 mesi), Vincenzo Giglio , ritenuto il boss di Strongoli (14 anni e 3 mesi), e Giuseppe Berardi, ex assessore comunale di Cirò Marina, condannato a 13 anni per associazione mafiosa.
Parallelamente, la Cassazione ha rigettato il ricorso della Procura generale, rendendo definitive le assoluzioni per 19 imputati , tra cui numerosi esponenti del mondo politico e imprenditoriale.
Escono così definitivamente dal processo gli ex sindaci di Cirò Marina e Strongoli, Nicodemo Parrilla (già presidente della Provincia di Crotone) e Michele Laurenzano , entrambi assolti “perché il fatto non sussiste”. La stessa Procura generale aveva chiesto la loro soluzione.
Assolto in via definitiva anche il comparto imprenditoriale coinvolto nell'inchiesta: tra gli altri, Antonio Giorgio Bevilacqua, Giuseppe Clarà,, Cataldo Malena e Valentino Zito.
La sentenza “ridimensiona” dunque l'ipotesi di un patto stabile tra la cosca e politici o imprenditori locali, ma conferma in maniera netta l'impianto accusatorio sul fronte mafioso, sancendo le responsabilità dei vertici criminali di Cirò e Strongoli.