Un ulteriore elemento di rilievo emerge dagli atti trasmessi dalla stessa Prefettura in seguito a un accesso civico
È una vicenda che solleva forti interrogativi istituzionali quella legata al sistema di videosorveglianza e lettura targhe “Cerbero”, attivato dal Comune di Villa San Giovanni, snodo strategico attraversato ogni anno da oltre 8 milioni di veicoli e punto di collegamento di rilevanza internazionale.
Secondo quanto denunciato dal Codacons, la gestione del caso da parte della Prefettura di Reggio Calabria appare grave e preoccupante, soprattutto per la mancata assunzione di iniziative concrete a tutela dei diritti fondamentali dei cittadini, in particolare del diritto alla protezione dei dati personali, sancito dalla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e disciplinato dal Regolamento UE 2016/679 (GDPR).
La vicenda ha origine nel luglio dello scorso anno e, dopo il percorso previsto dalle norme, nel mese di ottobre il Codacons ha formalmente investito della questione la Prefettura, chiedendo un intervento inibitorio urgente. Secondo l’associazione dei consumatori, il sistema “Cerbero” risulterebbe privo di presidi essenziali previsti dalla normativa europea, tra cui la Valutazione d’Impatto sulla Protezione dei Dati (DPIA), la nomina del Data Protection Officer (DPO) e l’individuazione dei responsabili del trattamento dei dati.
Nonostante ciò, la Prefettura – sempre secondo il Codacons – avrebbe eluso i profili legati alla tutela della privacy, limitandosi a richiedere ulteriori chiarimenti ministeriali su aspetti del Codice della Strada, senza affrontare né le potenziali violazioni del GDPR né i possibili profili di illiceità connessi al Codice dei Contratti Pubblici e alla normativa anticorruzione.
Un ulteriore elemento di rilievo emerge dagli atti trasmessi dalla stessa Prefettura in seguito a un accesso civico. Su uno dei documenti ufficiali compaiono infatti annotazioni manoscritte interne, con diciture come «Sig. Vicario, come d’intesa» e «dott. Ferri: parliamone». Annotazioni che, secondo il Codacons, attestano valutazioni interne condivise a livello apicale e il coinvolgimento dell’area preposta alla gestione del contenzioso.
Elementi che dimostrerebbero come la vicenda non sia stata considerata un mero adempimento tecnico, ma una pratica ritenuta sensibile e meritevole di approfondimento interno. Proprio per questo, appare ancora più difficile comprendere – sul piano istituzionale – perché, a fronte di tale consapevolezza, non sia stato esercitato il potere di vigilanza richiesto né sia stata assunta una posizione chiara e motivata sulla questione centrale sollevata.
La Prefettura, ricordano dal Codacons, è un organo dello Stato chiamato a garantire l’uniforme applicazione dell’ordinamento e la tutela dei diritti fondamentali, soprattutto in presenza di trattamenti tecnologici invasivi e potenzialmente lesivi. Quando una questione riconosciuta come sensibile viene esaminata internamente senza una decisione coerente con tali doveri, il rischio è quello di trasformare la legalità in una variabile organizzativa anziché in un presidio inderogabile.
Il caso di Villa San Giovanni, dunque, travalica il contesto locale e pone un interrogativo più ampio sul rapporto tra amministrazioni pubbliche, controllo istituzionale e tutela dei diritti fondamentali dei cittadini in un’epoca di crescente utilizzo di sistemi di sorveglianza tecnologica. Una vicenda che ora chiede chiarezza e risposte.