Durante la commemorazione di Fava e Garofalo, il magistrato richiama alla memoria collettiva
Nel corso della cerimonia in ricordo dei carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, è intervenuto anche il magistrato Stefano Musolino, che ha offerto una riflessione profonda e articolata sul significato giudiziario, storico e civile di quei delitti e, più in generale, sul modo in cui la Calabria racconta il proprio passato.
Musolino ha innanzitutto richiamato il quadro investigativo e processuale in cui si colloca l’uccisione dei due carabinieri, sottolineando come i fatti vadano letti all’interno di un contesto criminale più ampio.
"Quello che è successo si inserisce in un contesto che riguarda i rapporti tra Cosa Nostra e ’Ndrangheta in quel periodo storico. Una ricostruzione complessa, che – ha spiegato – sta incontrando difficoltà nelle aule giudiziarie, anche alla luce del rinvio della Cassazione su una sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria che aveva invece confermato l’impianto accusatorio".
Il magistrato ha chiarito che il procedimento è ancora in corso e che l’accusa farà valere le proprie ragioni, ma ha voluto ampliare il discorso oltre il piano strettamente giudiziario.
"Quando è trascorso tanto tempo da fatti come questi non può più essere solo il piano giudiziario quello che ci interroga".
In questo passaggio Musolino ha chiamato in causa anche il ruolo dell’informazione e della responsabilità collettiva, ricordando come in pochi mesi a Reggio Calabria si siano verificati tre attentati compiuti con la stessa arma, un elemento che – al di là delle attribuzioni personali – indica un movente unico e un contesto chiaramente stragista.
"Forse, ci potrà essere una sentenza che dirà che non è corretta l’attribuzione personale della responsabilità – ha affermato – ma quel movente resta, ed è un movente che si muove in un contesto evidente".
Secondo Musolino, delegare esclusivamente alle sentenze il compito di raccontare la storia rischia di impoverire la coscienza collettiva.
"Non credo che abbiamo bisogno delle sentenze per ricostruire il nostro passato, soprattutto quando è tanto lontano. Il rischio è che così rinunciamo a interrogarci su quello che facciamo oggi, ciascuno di noi".
Il magistrato ha poi portato un esempio emblematico, raccontando un incontro recente in una scuola di Gioia Tauro durante la presentazione di un docufilm su Giuseppe Valarioti. Ai ragazzi di Rosarno ha chiesto cosa sapessero di quella figura: la risposta è stata “nulla”. Al contrario, molti studenti conoscevano molto bene i nomi delle principali famiglie di ’ndrangheta dei loro territori.
Un passaggio amaro, che Musolino ha sintetizzato con parole nette.
"Se ci facciamo raccontare la nostra storia alla luce di queste memorie, i nostri ragazzi se ne andranno sempre, perché per questa storia non vale la pena restare".
Da qui l’appello finale, che si lega idealmente al sacrificio di Fava e Garofalo: cambiare il modo di raccontare la Calabria, mettendo al centro chi ha lottato e spesso ha pagato con la vita per un futuro diverso.
"Se ricostruiamo la nostra storia sulla base di persone che hanno combattuto per una Calabria migliore – ha concluso il magistrato – probabilmente i nostri giovani faranno scelte diverse".
Un intervento intenso, che ha trasformato il ricordo dei due carabinieri in una riflessione più ampia sulla memoria, sulla responsabilità civile e sulla necessità di offrire alle nuove generazioni esempi di coraggio, legalità e speranza.