Il confronto al centro del convegno del 21 marzo a Palazzo Campanella sul ruolo delle équipe negli istituti penitenziari
Il carcere come luogo di recupero, relazione e cambiamento possibile, soprattutto per i più giovani. È questo il filo conduttore dell’intervista a Stefano Fazzello, già educatore presso la Casa Circondariale di Reggio Calabria ed ex direttore dell’U.S.S.M., figura di riferimento nel sistema della giustizia minorile e professionista con una lunga esperienza all’interno del Ministero della Giustizia.
Un racconto che mette al centro il lavoro degli educatori e delle équipe multidisciplinari negli istituti penitenziari, il valore della collaborazione tra le diverse figure professionali e l’importanza di aprire il carcere al territorio, anche attraverso momenti di confronto pubblico come il convegno in programma il 21 marzo a Palazzo Campanella.
Quanto è importante il lavoro di squadra all’interno della struttura penitenziaria?
Il lavoro d’équipe incide in modo determinante nel percorso di recupero dei detenuti perché consente una lettura completa e non parziale della persona. Ogni figura professionale: educatori, psicologi, assistenti sociali, polizia penitenziaria, direzione, contribuisce con competenze diverse ma complementari, fondamentali per costruire un progetto trattamentale efficace e personalizzato.
Solo attraverso il confronto costante e la condivisione delle informazioni è possibile intervenire in maniera coerente, evitando interventi isolati che rischierebbero di essere inefficaci o contraddittori. Il lavoro di squadra permette di accompagnare il detenuto in un percorso di responsabilizzazione, aiutandolo a prendere consapevolezza dei propri errori e, allo stesso tempo, a riscoprire capacità e risorse spesso inespresse.
Offrire una reale possibilità di recupero non è quindi il compito di un singolo, ma una responsabilità collettiva che coinvolge tutti gli operatori della struttura. È proprio questa azione comune che rende credibile il percorso di crescita e cambiamento, soprattutto nel caso dei minori, per i quali l’intervento educativo condiviso può rappresentare una vera occasione di riscatto personale e sociale.
Come si riesce a rendere il carcere un luogo educativo senza farsi coinvolgere emotivamente?
Vivere all’interno del carcere senza farsi coinvolgere è difficile, ma un certo grado di coinvolgimento, soprattutto per l’educatore, è necessario. L’educatore è presente in tutte le attività svolte dai detenuti e il suo ruolo è centrale. Si lavora molto sulle attività educative e sportive, senza tralasciare momenti apparentemente semplici ma fondamentali, come la lettura di un libro o la proiezione di un film. Sono esperienze che aiutano a rendere la vita del detenuto il più possibile normale, pur nella complessità del contesto carcerario.
Nel corso dell’intervista, Fazzello ricorda anche Emilio Campolo, educatore del carcere di Reggio Calabria e amico fraterno, scomparso prematuramente, il cui approccio umano e pedagogico continua a rappresentare un modello per chi opera ogni giorno nel mondo penitenziario.
Che collega e che educatore è stato Emilio Campolo?
Con Emilio Campolo ho condiviso una parte importante del mio percorso professionale. Ci conoscevamo già fuori dal carcere e avevamo una vita in comune legata al volontariato. Insieme ci siamo immedesimati profondamente nel lavoro all’interno della struttura penitenziaria, condividendo gioie e dolori.
Emilio era estremamente preciso, soprattutto nell’individuazione delle linee trattamentali. Era una persona alla mano, con una capacità eccezionale di dialogare con i detenuti e, all’interno del gruppo di lavoro, era colui che più di tutti cercava di far emergere le qualità delle persone piuttosto che le loro mancanze. Sapeva essere fermo quando serviva, ma sempre con equilibrio. Emilio Campolo ha rappresentato la sintesi dell’educatore esemplare all’interno del carcere.
Quanto è cambiata nel tempo la visione del carcere e del recupero sociale?
Rispetto a trent’anni fa sono stati fatti grandi passi avanti, soprattutto dal punto di vista sociale. Oggi c’è maggiore attenzione alla persona detenuta e c’è la possibilità di far conoscere all’esterno la realtà delle carceri e lo sforzo quotidiano di chi vi lavora.
Il carcere non deve rimanere una struttura chiusa, ma deve comunicare a tutti, detenuti compresi, che è possibile emergere anche a livello sociale. Sono fondamentali i convegni e tutte le iniziative realizzate insieme al terzo settore, per far comprendere che il carcere non è solo punizione, ma può diventare un segnale di rinascita.