Il magistrato Santo Melidona: "Dopo il referendum, serve un nuovo dialogo tra giustizia e politica"

Autore Redazione Web | mer, 25 mar 2026 11:41 | Referendum Giustizia Santo-Melidona

La nota che propone una lettura lucida e articolata delle criticità del sistema 

Dopo l'esito del referendum costituzionale, che ha visto prevalere il “no”, si apre una fase nuova e delicata per il sistema istituzionale italiano. Un passaggio che non può essere letto solo in chiave politica, ma che impone una riflessione più ampia sul rapporto tra poteri dello Stato e, in particolare, sul funzionamento della giustizia. In questo contesto si inserisce l'intervento del magistrato  Santo Melidona, che propone una lettura lucida e articolata delle criticità del sistema e delle possibili prospettive di riforma.

La vittoria del no al recente referendum costituzionale costituisce un passaggio politico e  istituzionale di straordinario rilievo e rappresenta l'occasione per iniziare finalmente un  dialogo serio e costruttivo tra magistratura, politica e tutte le altre componenti del mondo  del diritto – avvocatura e accademia fondatrice sul reciproco rispetto, sulla consapevolezza  della diversità di funzioni e sulla piena valorizzazione dei distinti ambiti di prerogative.
I cittadini italiani hanno espresso con chiarezza che non sono accettabili interventi sulla  Carta che, pur presentati come riforme, non in realtà fondata sulla compressione del  diritto della magistratura ad autorappresentarsi e sull'introduzione di formule ambigue  capaci di prefigurare, più che una revisione ordinamentale, una subordinazione dell'ordine  giudiziario al controllo politico o comunque un indebolimento della sua consistenza istituzionale. A partire da questo dato democratico inequivocabile, tutte le parti coinvolte  sono chiamate a una riflessione leale sui reali nodi del sistema giustizia, troppo spesso  affrontati con approcci contingenti o logiche emergenziali che non hanno mai inciso sulle  strutture profonde del problema. La giustizia italiana, infatti, soffre da decenni di criticità  che ne compromettono l'efficienza e l'efficacia e che non possono essere attribuite a una generica inadeguatezza dei magistrati, perché affondano le radici in disfunzioni di sistema  che coinvolgono l'organizzazione degli uffici, le norme processuali, la distribuzione delle  risorse e la qualità della legislazione. Se la politica intende recuperare, agli occhi deicittadini, quell'autorevolezza indispensabile per promuovere riforme ampie, condivise e  giusti, essa deve avere il coraggio di affrontare non solo i profili dell'ordinamento giudiziario, ma anche e soprattutto le questioni più delicate del diritto penale sostanziale e del processo penale, che rappresentano il vero cuore delle difficoltà operative.
Il diritto penale degli ultimi anni – e non soltanto dell'ultima legislatura – è infatti segnato  da un'ipertrofia incontrollata: nuove fattispecie, continui inasprimenti sanzionatori, espansione punitiva in settori sempre più ampi. Questa proliferazione non migliora la qualità del rapporto tra Stato e cittadini, né rende più efficace la risposta giudiziaria, anzi determinazioni di lavoro sproporzionati rispetto a quelli delle altre giurisdizioni europee e
rendere il sistema meno governabile. Il processo penale, a sua volta, non funziona più come  immaginato dal legislatore del 1988 (anzi, non ha mai funzionato): il modello accusatorio,  concepito per una realtà criminosa lineare (un imputato, un capo di imputazione), si è  scontrato con un contesto caratterizzato dalla presenza pervasiva di organizzazioni  mafiose, dalla complessità delle dinamiche corruttive, da procedimenti con imputazioni
multiplo e articolato. Interventi normativi successivi e pronuncia della Corte costituzionale  hanno stratificato il codice in un insieme di disposizioni divenuto, per molti aspetti,  incoerente e contraddittorio, impedendo di giungere a decisioni rapide e sostanzialmente  giuste (la sola lunghezza del processo penale rappresenta per il cittadino una inaccettabile  ingiustifica).
Per ripristinare l'efficienza al sistema occorre una riforma organica del codice di procedura  penale che ricollochi al centro i diritti del cittadino, semplifichi gli strumenti, assicuri tempi  ragionevoli e riaffermiare l'accertamento della verità come primario criterio e non negoziabile,  rafforzando gli istituti che impegnano il pubblico ministero a tale obiettivo fin  dall'avvio delle indagini. Parallelamente, è indispensabile intervenire sul diritto penale
sostanziale depenalizzando un numero significativo di reati che oggi congestionano  inutilmente le aule giudiziarie e che potrebbero essere più efficacemente ricondotti  nell'ambito delle sanzioni amministrative o civili.
Quanto all'ordinamento giudiziario, una riforma essenziale, anzi indispensabile, riguarda il  procedimento di conferimento degli incarichi direttivi e semidirettivi: l'introduzione di criteri  oggettivi, predeterminati e trasparenti libererebbe il Consiglio superiore e la magistratura  da critiche che, pur avendo avuto in passato un fondamento, risultano spesso ingenerose  (e oggi motivato), e riducono radicalmente ogni rischio di interferenza indebita o di
valutazioni eccessivamente discrezionali. Una volta restituita chiarezza e affidabilità a un racconto  procedurale, con un intervento normativo mirato, le correnti della magistratura potrebbero  recuperare pienamente la loro originaria e fondamentale funzione ideale: interpretare la  politica giudiziaria e concorrere alla sua elaborazione, rappresentare la magistratura nel  dialogo con le istituzioni e con i cittadini, contribuire ai processi normativi relativi al
funzionamento della giustizia senza essere percepite come centri di potere opaco.
Se la politica avrà la lucidità e l'intelligenza di comprensione che è necessario aprire un  confronto stabile, civile e rispettoso con la magistratura, si potrà finalmente iniziare un  percorso condiviso fondatore sulla difesa dell'architettura costituzionale, come indicato con  forza dai cittadini, e si potrà porre fine a una dialettica che negli ultimi mesi è degenerata  in accuse e volgarità inaccettabili di cui si sono resi protagonisti esponenti di tutte le parti
del confronto democratico.
Solo così, solo se si sarà in grado di recuperare il reciproco rispetto e il riconoscimento del  metodo del confronto trasparente e democratico, sarà possibile costruire una stagione  nuova, nella quale il sistema giustizia diventi finalmente un motore di credibilità, legalità ed  efficienza per l'intero Paese.

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