"La mia terra mi ha cresciuta, ma non mi ha dato un lavoro": Sabrina e quella valigia sempre pronta

Autore Grazia Candido | lun, 07 set 2026 09:01 | Partenze Lavoro Sabrina Futuro-Al-Nord

Da Reggio Calabria alla Lombardia, la storia di una giovane docente costretta a costruire lontano il proprio futuro

C'è una Calabria che si misura con le partenze. Sono quelle dei giovani che preparano una valigia, salutano famiglia e amici e prendono un treno, un aereo, una strada verso il Nord. Partono per studiare, per lavorare, per costruirsi un futuro. E spesso tornano. Ma soltanto per qualche giorno. Natale. Pasqua. L'estate.

È una storia che appartiene a migliaia di famiglie calabresi e che oggi trova la voce di Sabrina, giovane professionista reggina e docente nella Regione Lombardia. La sua non è una storia di fuga dalla propria terra. Al contrario, è la storia di chi la propria terra la porta dentro ogni giorno. Di chi, pur vivendo e lavorando lontano, continua a considerare Reggio Calabria casa propria. Ma è anche la storia di una contraddizione difficile da accettare: una terra che ama i suoi figli, ma che troppo spesso non riesce a offrire loro le condizioni per restare.

Per Sabrina il ritorno a casa ha il sapore delle cose più semplici: la famiglia, gli affetti, gli amici, i luoghi conosciuti. È il tempo trascorso insieme ai propri cari dopo mesi vissuti lontano. Poi, però, arriva il momento della partenza. La valigia si richiude, il saluto diventa un arrivederci e la Calabria rimane alle spalle. Non perché non sia bella. Non perché non sia amata. Ma perché il lavoro, per una giovane professionista, è diventato spesso una questione di geografia.

Bisogna andare dove esiste un'opportunità. E così una regione che avrebbe bisogno delle energie, delle competenze e delle idee dei suoi giovani finisce per vederli crescere altrove.

Non è soltanto una questione personale. È una ferita collettiva. La stessa Regione Calabria, nei propri documenti di programmazione, riconosce l'elevata emigrazione giovanile come uno dei fenomeni che impoveriscono il capitale umano regionale e sottolinea la necessità di politiche capaci di favorire attrattività, permanenza e rientro dei giovani.

Sabrina guarda alla Calabria con sentimenti che sembrano apparentemente opposti, ma che in realtà convivono.

È una terra bella e dannata. Bella per ciò che offre, per la qualità della vita che potrebbe garantire, per il patrimonio umano, culturale e naturale. Bella soprattutto per il senso di appartenenza che riesce a conservare anche a centinaia di chilometri di distanza.

Dannata, invece, quando non riesce a trasformare tutto questo patrimonio in opportunità.

Quando una ragazza o un ragazzo devono necessariamente guardare altrove per trovare un lavoro adeguato alla propria formazione. Quando una famiglia deve imparare a vivere con una sedia vuota a tavola. Quando il ritorno a casa coincide con una festività e non con una scelta definitiva.

E allora la domanda diventa inevitabile: quanto può permettersi la Calabria di continuare a perdere i propri giovani?

Il messaggio di Sabrina alla politica è soprattutto questo: non si può chiedere ai giovani di tornare se prima non si costruiscono le condizioni per farli rimanere.

Il ritorno non può essere soltanto un richiamo sentimentale. Non basta dire ai ragazzi che la Calabria è bellissima. Loro lo sanno. Non basta ricordare le radici. Le loro radici le conoscono benissimo.

Servono lavoro, stabilità, servizi, meritocrazia, possibilità di crescita professionale. Serve una politica capace di guardare ai giovani non come a una categoria da assistere, ma come a una risorsa sulla quale investire.

La Regione Calabria negli ultimi anni ha avviato diverse misure sul fronte dell'occupazione giovanile, della formazione e degli incentivi alle imprese, dichiarando esplicitamente l'obiettivo di trattenere e valorizzare i talenti.

Ma la sfida, per Sabrina, è soprattutto trasformare gli strumenti in una prospettiva concreta. Perché un giovane professionista non deve essere costretto a scegliere tra la propria terra e il proprio futuro.

C'è poi un altro aspetto importante. I giovani che sono partiti non devono essere considerati una generazione perduta.

Sabrina, come tanti altri calabresi emigrati per lavoro, ha acquisito esperienza, competenze, conoscenze. Ha conosciuto un altro modo di lavorare, un altro sistema, altre opportunità.

Quello che chiede alla politica è di guardare anche a queste persone. Di creare un ponte tra chi è rimasto e chi è andato via. Di fare in modo che le competenze maturate fuori possano diventare un patrimonio per il territorio.

Non si tratta di chiedere ai giovani di tornare per nostalgia. Si tratta di dare loro un motivo per farlo. È una differenza sostanziale.

La richiesta di Sabrina è, in fondo, semplice e ambiziosa allo stesso tempo: fare in modo che un ragazzo calabrese possa scegliere. Scegliere di partire, se lo desidera. Ma anche scegliere di restare. E soprattutto poter tornare senza dover rinunciare alla propria professionalità.

È questo il punto sul quale dovrebbe interrogarsi la politica: non impedire ai giovani di andare via, ma impedire che siano obbligati a farlo. Perché partire per conoscere il mondo può essere una grande opportunità.

Partire perché nella propria terra non esiste un'opportunità, invece, è un'altra cosa. Ed è proprio qui che si misura la capacità di una classe dirigente.

Il desiderio della giovane docente, come quello di tanti emigrati, è che la propria terra possa diventare qualcosa di più del luogo dove ritrovare la famiglia durante le festività. Deve essere il luogo dove costruire il proprio futuro.

La Calabria ha bisogno dei suoi giovani. Ha bisogno delle professionalità che ha formato. Ha bisogno anche di chi è partito e oggi possiede competenze maturate altrove.

Per questo l'appello di Sabrina alla politica è anche un appello alla responsabilità: lavorare per una Calabria capace di trattenere i propri figli, di valorizzarli e, quando sono partiti, di offrire loro una ragione concreta per tornare.

Perché una terra può essere bellissima. Ma per non diventare soltanto la terra dei ricordi, deve essere anche la terra delle opportunità.

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