Coldiretti Calabria: il bio italiano ha il suo marchio, più valore alle filiere e al Made in Italy

Autore Redazione Web | gio, 24 set 2026 09:30 | Coldiretti Made-Calabria Marchio Biologico

Strada ad “Alta Velocità” per agricoltura e agroalimentare 


L’avvio del Marchio Biologico Italiano rappresenta un passo importante per valorizzare le produzioni nazionali e offrire ai cittadini uno strumento immediato per riconoscere il biologico ottenuto da materia prima agricola italiana. È quanto afferma Coldiretti Bio nel commentare l’introduzione del nuovo marchio, un obiettivo sostenuto dalla confederazione già nel percorso che ha portato all’approvazione della legge nazionale sul biologico del 2022. Uno strumento che arriva in un momento particolarmente delicato per il settore e che può contribuire a invertire alcuni segnali negativi emersi dagli ultimi dati.

Dati Calabria
La Calabria è una delle principali regioni biologiche d'Europa, la seconda in Italia, con quasi un quinto della superficie agricola coltivata secondo il metodo bio e poco più di 9mila aziende impegnate quotidianamente nella produzione sostenibile e di qualità. La regione infatti, dispone di circa 543.070 ettari di SAU complessiva, circa 197mila ettari sono interessati da pratiche biologiche certificate. Le produzioni biologiche più rilevanti in Calabria sono: olivicoltura e olio extravergine d'oliva, agrumicoltura (bergamotto, clementine, cedro), vitivinicoltura, ortofrutta.

Criticità
Occorre evitare che ci sia la contrazione di superfici e aziende - afferma coldiretti – trend che sta accadendo a livello nazionale. “Il Marchio Biologico Italiano è una risposta importante che aspettavamo e che abbiamo sostenuto fin dalla legge sul biologico. Significa dare finalmente un’identità riconoscibile alle produzioni bio realmente italiane, valorizzando il lavoro delle nostre imprese e offrendo ai cittadini la possibilità di distinguerle rispetto a quelle provenienti dall’estero”, afferma Maria Letizia Gardoni, presidente di Coldiretti Bio. Tra le criticità su cui è necessario intervenire c’è innanzitutto la pressione crescente delle produzioni provenienti dall’estero. Le importazioni di biologico sono aumentate del 25%, con prodotti a basso costo che intercettano una parte della domanda senza generare crescita delle superfici e della produzione nazionale. Proprio in questo senso il Marchio Biologico Italiano può rappresentare uno strumento importante per rendere riconoscibile l’origine e valorizzare sul mercato le produzioni delle aziende agricole italiane. A frenare le imprese è poi il peso delle carte. Un’azienda biologica deve affrontare un aggravio burocratico di almeno il 30% rispetto a un’impresa convenzionale, a sua volta già gravata da un sistema complesso di adempimenti. Certificazioni, registrazioni e controlli si sommano ai maggiori vincoli produttivi e alle difficoltà causate dagli effetti del cambiamento climatico, mentre il mercato non sempre riesce a remunerare adeguatamente costi e impegni aggiuntivi. A queste criticità si aggiunge l’incertezza sulla futura Politica agricola comune, con il rischio di minori garanzie finanziarie per gli interventi agroambientali e climatici senza considerare che il bio è una carta vincente di responsabilità sociale e ambientale.

Crescita nell’ultimo decennio
Il dato sulle superfici va comunque letto all’interno di un percorso di lungo periodo che resta positivo. Nell’ultimo decennio gli ettari coltivati con metodo biologico sono aumentati.
“Il marchio – insiste Coldiretti - è un tassello fondamentale, ma ora dobbiamo creare le condizioni perché produrre biologico in Italia torni ad essere sempre più conveniente. Servono meno burocrazia, maggiore valore alle produzioni nazionali, risorse certe e soprattutto reciprocità: chi entra sul mercato europeo deve rispettare le stesse regole e gli stessi standard imposti ai nostri agricoltori.


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