Filippo Cogliandro, la Calabria raccontata attraverso la cucina e la legalità

Autore Redazione Web | sab, 03 ott 2026 13:00 | Cucina Filippo-Cogliandro Chef Calabria

Dalla scelta di denunciare il pizzo alle “Cene della Legalità”, fino al suo primo libro: “Io, chef per la mia terra”


Quella di Filippo Cogliandro è la storia di un lungo viaggio. Un viaggio umano e professionale che parte dalla sua Calabria, attraversa momenti difficili, passa dalla cucina e dalla scelta della legalità e arriva fino alle pagine del suo primo libro.

“Io, chef per la mia terra”, scritto a quattro mani con Oreste Paliotti ed edito da Città Nuova, racconta infatti un percorso tutt’altro che semplice: le difficoltà vissute dalla famiglia, le traversie del padre, il rifiuto di pagare il pizzo, le pressioni della ’ndrangheta, la solitudine che spesso accompagna chi sceglie di denunciare e, infine, la rinascita.

A tenere insieme ogni passaggio della sua vita è sempre stata una passione profonda: l’amore per la propria terra e per la cucina.

Il libro diventa così molto più di un racconto autobiografico. È un viaggio dentro una Calabria che Filippo Cogliandro vuole mostrare lontana dagli stereotipi, una terra capace di esprimere bellezza, cultura, eccellenze agroalimentari, professionalità e persone perbene.

Una Calabria raccontata attraverso lo sguardo di un uomo positivo, aperto al mondo e profondamente legato ai valori ricevuti dalla propria famiglia.

Raccontare un’altra Calabria

Uno degli obiettivi del libro è proprio quello di restituire un’immagine diversa della regione.

Cogliandro racconta una Calabria fatta di gente onesta, competenze, giovani, produttori, cuochi, artigiani e imprenditori che ogni giorno provano a costruire qualcosa di positivo.

E racconta anche la necessità di creare una rete tra queste energie, mettendo insieme professionalità, cucina, territorio e formazione.

Grande attenzione viene riservata ai giovani, italiani e stranieri, alla possibilità di offrire loro occasioni concrete di crescita e alla necessità di trasformare la formazione in uno strumento capace di creare nuove professionalità e nuove opportunità.

Temi che, altrove, potrebbero apparire quasi scontati ma che, nella storia personale di Filippo, nascono da esperienze profonde di dolore, sofferenza e solitudine.

Sono il risultato dei tanti interrogativi che hanno accompagnato una scelta difficile: non piegarsi, denunciare e continuare a lavorare nella propria terra.

 

Le Cene della Legalità®

Da questa esperienza nasce, nel 2012, il progetto “Le Cene della Legalità”, ideato in uno dei momenti più complessi della vita dello chef.

È proprio allora che Filippo Cogliandro comprende fino in fondo un principio che diventerà centrale nel suo percorso:“Il silenzio uccide”.

Decide così di trasformare la cucina nel proprio strumento di testimonianza. Attraverso le Cene della Legalità® porta fuori dalla Calabria la sua storia, il dolore, le paure, la scelta della denuncia, il valore della solidarietà ricevuta e l’importanza degli incontri che lo hanno accompagnato lungo il cammino.

Tra questi anche il rapporto e l’amicizia con Don Luigi Ciotti, figura importante in un percorso nel quale Cogliandro ha imparato che denunciare non significa soltanto opporsi a qualcosa, ma anche investire sul proprio futuro e su quello della comunità.

La denuncia diventa così non la fine di una storia, ma l’inizio di una nuova responsabilità.

La cucina come linguaggio di legalità

Attraverso la propria professione Filippo Cogliandro ha scelto di parlare di legalità soprattutto ai giovani.

Una parte fondamentale del suo impegno sociale è infatti rivolta alle scuole e, in modo particolare, agli istituti alberghieri.

Quando viene invitato a incontrare gli studenti, partecipa gratuitamente, portando con sé la propria esperienza personale e professionale.

La cucina diventa così un pretesto per parlare di scelte, responsabilità, coraggio e futuro.

I suoi piatti raccontano il territorio attraverso le materie prime calabresi e diventano uno strumento per trasmettere ai ragazzi il valore della bellezza, della qualità, della tradizione e dell’identità.

Per Filippo, infatti, la cucina non è soltanto tecnica.

È cultura.

È memoria.

È storia di un popolo.

Ed è soprattutto un modo per dimostrare che anche da una terra difficile può nascere qualcosa di bello e di buono.

La tavola come luogo di incontro

Un'altra parte importante del libro è dedicata alla dimensione sociale del cibo. Cogliandro considera infatti la cucina e la tavola come una delle più antiche e potenti forme di aggregazione umana.

Attorno a una tavola si incontrano persone, si costruiscono relazioni, si superano differenze, si prendono decisioni e si condividono storie. Per questo il cibo può diventare anche uno straordinario strumento di integrazione. Reggio Calabria, con la sua storia, la sua natura, il suo patrimonio culturale e la sua enogastronomia, rappresenta in questo senso un luogo nel quale il dialogo tra culture può trovare terreno fertile. Ed è proprio parlando di integrazione che il racconto arriva alla brigata di Filippo.

Una brigata che racconta integrazione e futuro

Negli anni, la brigata di Cogliandro si è arricchita anche della presenza di giovani migranti arrivati da minori sulle coste italiane. Alcuni di loro sono stati affidati dal Tribunale alla sua famiglia e hanno trovato nella cucina non soltanto un lavoro, ma una possibilità concreta di costruirsi un futuro. Ragazzi arrivati da lontano, inizialmente spaesati, che attraverso la formazione, il lavoro quotidiano e la vita di brigata hanno imparato un mestiere diventando collaboratori di cucina. Umili, talentuosi, desiderosi di apprendere. È anche attraverso storie come queste che la cucina di Filippo Cogliandro diventa qualcosa di più di un ristorante: un luogo dove il lavoro diventa formazione, integrazione e dignità.

Ed è proprio questo uno dei messaggi più profondi di “Io, chef per la mia terra”. La Calabria raccontata da Filippo non è una terra da abbandonare. È una terra da conoscere, difendere, raccontare e trasformare. Una terra nella quale vale ancora la pena investire, costruire e restare.

Perché, come dimostra la sua storia, anche dalle esperienze più difficili può nascere un percorso nuovo. E anche attraverso un piatto si può parlare di legalità, di futuro e di speranza.


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