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Reggio Calabria oltre gli stereotipi, Eduardo Lamberti Castronuovo: «Dire che la città strizza l’occhio alla ’ndrangheta fa più danni della ’ndrangheta stessa»

Autore Giorgia Rieto | sab, 10 ott 2026 15:20 | Ndrangheta Eduardo-Lamberti-Castronuovo Reggio Calabria

L’editore di Reggio TV invita a superare una narrazione che rischia di condannare un’intera città


Raccontare una città significa scegliere quali storie mettere in luce, quali parole utilizzare e quale immagine consegnare a chi la osserva da lontano. Per Eduardo Lamberti Castronuovo, editore di Reggio TV, è proprio su questo terreno che Reggio Calabria deve affrontare una battaglia decisiva: quella contro gli stereotipi che finiscono per sovrapporre l’identità di un intero territorio alla presenza della ’ndrangheta.

Nel suo ragionamento, affidato a Gazzetta del Sud, il punto di partenza è netto: definire Reggio Calabria come una città che «strizza l’occhio alla ’ndrangheta» può provocare danni persino superiori a quelli prodotti dalla criminalità organizzata stessa. Non perché la mafia non esista, né perché se ne debba ridimensionare la pericolosità, ma perché una narrazione generalizzata rischia di trasformarsi in una condanna collettiva, capace di colpire anche chi, ogni giorno, lavora per costruire una realtà diversa.

È una riflessione che si inserisce nel dibattito estivo ospitato sul lungomare reggino, in occasione della presentazione del libro del giornalista Claudio Cordova, I padroni della ’ndrangheta, e del confronto con l’avvocato Paolo Romeo. Un appuntamento che ha riportato al centro dell’attenzione il rapporto tra potere, criminalità organizzata e rappresentazione pubblica della città.

Da Cilea all’Arlesiana, la cultura come chiave di lettura

Per affrontare una questione tanto complessa, Lamberti Castronuovo richiama la figura di Francesco Cilea e la sua opera, L’Arlesiana. Un riferimento culturale che offre una prospettiva diversa sul modo di raccontare la Calabria: non soltanto attraverso le sue contraddizioni e le sue ferite, ma anche attraverso la sua storia, il patrimonio artistico e le energie che continuano ad animarla.

La cultura, in questa prospettiva, non è un elemento accessorio, da evocare nelle occasioni celebrative. È uno strumento per restituire profondità a una realtà che troppo spesso viene descritta attraverso un'unica lente. Reggio Calabria non può essere ridotta alla cronaca giudiziaria, così come la presenza della ’ndrangheta non può diventare la spiegazione automatica di ogni fenomeno sociale, economico o politico.

Il nodo, dunque, non è scegliere tra la denuncia della criminalità e la difesa dell'immagine cittadina. Entrambe sono necessarie. La questione è evitare che la prima finisca per cancellare tutto il resto.

Quando lo stereotipo diventa un danno concreto

Le parole di Lamberti Castronuovo puntano l’attenzione sulle conseguenze pratiche di una rappresentazione negativa ripetuta nel tempo. Se Reggio Calabria viene descritta sistematicamente come un luogo in cui la ’ndrangheta permea ogni aspetto della vita pubblica, il rischio è che quell’immagine venga assunta come una verità assoluta da chi non conosce direttamente il territorio.

Le conseguenze possono essere pesanti. Famiglie che scelgono di non mandare i propri figli a studiare in città, imprenditori che rinunciano a investire nel Mezzogiorno perché condizionati da un’immagine di arretratezza e illegalità, giovani che vedono svalutato il luogo in cui sono cresciuti prima ancora di avere la possibilità di dimostrare le proprie capacità.

È questo il cortocircuito denunciato dall’editore: la narrazione della criminalità, quando perde la capacità di distinguere e contestualizzare, può finire per danneggiare proprio quella parte della società che dalla criminalità vuole prendere le distanze.

Una città non è innocente per definizione, ma neppure colpevole in blocco. E soprattutto non può essere identificata con le condotte di una parte dei suoi abitanti.

La ’ndrangheta esiste, ma non può spiegare tutto

La posizione di Lamberti Castronuovo non consiste nel negare la presenza della criminalità organizzata o nel sottrarsi alla necessità di raccontarla. Il contrasto alla ’ndrangheta resta imprescindibile, così come il lavoro della magistratura, delle forze dell’ordine e di un’informazione libera di indagare sui rapporti tra criminalità, potere ed economia.

La critica riguarda piuttosto il meccanismo attraverso cui ogni vicenda finisce per essere ricondotta alla mafia, all’omertà o a presunte connivenze generalizzate. Una lettura che, se applicata indistintamente, rischia di confondere responsabilità individuali e identità collettiva.

Il problema non è parlare di ’ndrangheta, ma parlare soltanto di ’ndrangheta. Non è denunciare le zone d’ombra, ma ignorare sistematicamente ciò che accade fuori da esse.

Anche il linguaggio, allora, assume un peso determinante. Le parole possono contribuire a isolare i comportamenti criminali e a renderli riconoscibili, oppure alimentare una rappresentazione indistinta nella quale un intero territorio finisce per apparire irrimediabilmente compromesso.

L’antidoto è anche culturale

Per Lamberti Castronuovo, la risposta non può essere affidata esclusivamente alla repressione. La lotta alla criminalità organizzata è indispensabile, ma deve accompagnarsi a un investimento culturale e sociale capace di valorizzare le esperienze positive che esistono sul territorio.

Ci sono giovani preparati, competenti e consapevoli, impegnati a difendere le tradizioni e a costruire nuove prospettive. Ci sono realtà associative e iniziative di volontariato popolare che tengono insieme le comunità, rispondono ai bisogni delle persone e dimostrano come la partecipazione civica possa diventare una forma concreta di presidio sociale.

Raccontare queste esperienze non significa fare propaganda o dipingere una città senza problemi. Significa offrire un quadro più completo, nel quale le criticità non cancellino le risorse e le responsabilità di alcuni non diventino una colpa attribuita a tutti.

È anche attraverso queste storie che si può contrastare la rassegnazione, rafforzare il senso di appartenenza e mostrare ai più giovani che il proprio futuro non deve necessariamente essere costruito altrove.

«Se il personaggio è caricaturale, è sempre calabrese»

Il ragionamento si allarga poi al mondo della televisione e della fiction, dove lo stereotipo può assumere forme apparentemente innocue, ma non per questo meno incisive. Nelle serie televisive, osserva Lamberti Castronuovo, il personaggio basso di statura, vestito male e incapace di esprimersi correttamente finisce spesso per essere identificato con un calabrese.

È una rappresentazione caricaturale che, attraverso la ripetizione, contribuisce a consolidare un'immagine riduttiva della regione. Non si tratta soltanto di una questione di orgoglio territoriale, ma del modo in cui una comunità viene percepita, giudicata e collocata nell'immaginario collettivo.

Quando il personaggio negativo, ignorante o grottesco viene associato sistematicamente a una provenienza geografica, il confine tra finzione e pregiudizio può diventare sottile. Il risultato è un racconto che non restituisce la complessità delle persone, ma rafforza categorie già radicate.

Per questo, secondo l’editore, occorre intervenire anche sul piano della rappresentazione, chiedendo a chi comunica e produce cultura maggiore attenzione alla pluralità delle identità e alla responsabilità delle immagini diffuse.

Una battaglia che riguarda tutti

La sfida, in definitiva, non può essere delegata a una singola voce. Cittadini, giornalisti, amministratori e rappresentanti politici sono chiamati a fare la propria parte per costruire un racconto più equilibrato di Reggio Calabria.

Ai giornalisti spetta il compito di continuare a indagare e denunciare, senza rinunciare alla precisione e alla distinzione delle responsabilità. Alla politica quello di affrontare i problemi reali, contrastare ogni forma di illegalità e sostenere le condizioni necessarie allo sviluppo. Ai cittadini, infine, il compito di partecipare, valorizzare le esperienze positive e non lasciare che la propria città venga definita soltanto da chi ne rappresenta le ferite.

Il messaggio di Lamberti Castronuovo si colloca proprio in questo equilibrio: nessuna indulgenza verso la ’ndrangheta, ma neppure accettazione passiva di una narrazione che finisce per associare un'intera comunità alla criminalità organizzata.

Reggio Calabria, nella sua lettura, è una città che deve poter essere raccontata anche attraverso il talento dei suoi giovani, la ricchezza della sua cultura, la vitalità del volontariato e la capacità di chi ogni giorno sceglie la legalità.

Una città stufa dei soliti stereotipi, che non chiede di essere risparmiata dalle critiche, ma di essere giudicata per ciò che è, nelle sue contraddizioni e nelle sue possibilità. Perché combattere la ’ndrangheta significa anche impedire che la sua presenza diventi l'unica chiave attraverso cui interpretare tutto il resto.



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