L’associazione richiama le istituzioni a interventi concreti e continuativi, dalla nomina del Garante per l’infanzia all’attuazione della legge sulla pedagogia scolastica
“Volevamo solo divertirci”: è la frase riportata dalla stampa e attribuita ai due giovanissimi individuati e denunciati quali presunti autori delle aggressioni avvenute a Roma nelle serate del 4 e del 5 ottobre. Parole che, di fronte alla gravità dei fatti, dovrebbero arrivare come un pugno nello stomaco di noi adulti.
Questa notizia si aggiunge ad altri episodi di violenza che, nelle ultime settimane, hanno interessato il nostro Paese e la nostra regione. A Lamezia Terme, secondo le ricostruzioni giornalistiche, un giovanissimo studente avrebbe pianificato un’aggressione contro un’insegnante, sventata grazie alla segnalazione dei compagni e all’intervento dei carabinieri. Un fatto grave, nel quale emerge anche un elemento da non trascurare: altri giovani hanno scelto di parlare, affidarsi agli adulti e impedire la violenza.
La vicinanza alle persone aggredite e la tutela di chi insegna devono essere ferme e inequivocabili. Allo stesso tempo, questi episodi non possono diventare il pretesto per descrivere un’intera generazione come violenta o priva di valori. Devono, piuttosto, interrogarci sulla qualità delle relazioni educative che il mondo degli adulti riesce a costruire.
Come pedagogisti calabresi, riteniamo necessario spostare l’attenzione dalla sola “realtà giovanile” alla realtà degli adulti di riferimento. Nel corso degli anni siamo stati molto prodighi nel parlare DEI giovani, organizzando convegni ed eventi nei quali abbiamo analizzato bisogni, fragilità e comportamenti. Forse siamo stati meno disponibili a parlare CON i giovani e, soprattutto, a lavorare INSIEME ai giovani.
La comprensibile indignazione non può esaurirsi nella richiesta di pene esemplari. Chiedere una risposta sanzionatoria senza interrogarsi anche sui percorsi educativi significa affrontare soltanto una parte del problema. Ascoltare un giovane che ha commesso un reato non significa giustificarlo, né dimenticare le vittime: significa accompagnarlo a riconoscere la gravità delle proprie azioni, le conseguenze prodotte e la responsabilità che ne deriva. L’ascolto deve far parte di un percorso educativo, non sostituire l’accertamento dei fatti e delle responsabilità.
Anche la difficoltà a gestire la noia merita attenzione. A una parte dei nostri ragazzi abbiamo offerto molto, spesso immediatamente: oggetti, intrattenimento e risposte pronte a ogni desiderio. Dobbiamo chiederci se, insieme a tutto questo, abbiamo offerto sufficienti occasioni per imparare ad aspettare, accettare un limite, affrontare una frustrazione e dare un significato al tempo non organizzato dagli altri.
Dire semplicemente che “hanno avuto tutto” rischia di nascondere sia le disuguaglianze materiali sia le carenze affettive e relazionali. Si può avere molto e non sentirsi ascoltati; si possono ricevere continui stimoli senza essere accompagnati a riconoscere le proprie emozioni. La noia non è una colpa, né una spiegazione sufficiente della violenza. È anche un’esperienza da imparare ad attraversare, che può aprire spazio all’immaginazione, all’iniziativa e alla scoperta dei propri interessi. Il compito educativo degli adulti non è riempire ogni vuoto, ma aiutare i giovani a viverlo senza dover cercare continuamente uno stimolo più forte.
Per questo, a tutti gli attori del mondo educativo e istituzionale chiediamo di superare le riflessioni sterili e gli interventi “spot”, che si accendono sull’onda della cronaca e si spengono quando l’attenzione mediatica si sposta altrove. Il confronto ha valore se produce scelte, risorse e continuità. Non servono soltanto nuove occasioni per discutere dei giovani: servono luoghi e tempi nei quali incontrarli davvero.
Occorre attivare spazi di ascolto continuativi nelle scuole e nei territori, con professionisti riconoscibili e accessibili, e coinvolgere i ragazzi nella progettazione delle attività che li riguardano. Laboratori artistici e sportivi, esperienze di volontariato e cura dei beni comuni possono diventare occasioni educative quando i giovani non sono semplici destinatari di un programma, ma partecipano alle decisioni e assumono responsabilità reali, accompagnati da adulti che non siano invadenti, ma attenti e pronti, soprattutto, ad ascoltarli e indirizzarli solo se sollecitati.
Questo lavoro deve coinvolgere anche le famiglie e sostenere il personale scolastico. Scuole, servizi territoriali, enti locali e associazioni devono costruire percorsi condivisi, con responsabilità definite, tempi di realizzazione e una verifica dei risultati che includa la voce dei ragazzi. Non possiamo chiedere sempre e solo agli insegnanti di affrontare da soli ogni difficoltà educativa e sociale.
In Calabria, tale assunzione di responsabilità richiede anche risposte istituzionali precise. La mancata nomina del Garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza è un torto nei confronti dei bambini, dei giovani e delle loro famiglie. Non si tratta soltanto di una casella amministrativa da riempire, ma di rendere nuovamente operativo un presidio di tutela e promozione dei loro diritti. Chiediamo al Consiglio regionale di procedere senza ulteriori rinvii alla nomina e di garantire le condizioni necessarie all’esercizio effettivo delle sue funzioni.
Sul versante scolastico, la Calabria si è dotata, meritoriamente, della legge regionale 30 maggio 2025, n. 25, sulle Unità di pedagogia scolastica, successivamente modificata dalla legge regionale 2 febbraio 2026, n. 5, ma il suo iter di attuazione si è inspiegabilmente fermato. La richiesta, dunque, non può fermarsi all’esistenza di una norma: deve riguardare la sua concreta attuazione. Chiediamo che Regione e istituzioni competenti rendano chiari i passi operativi, le eventuali risorse disponibili e i tempi per tradurre le previsioni legislative in un sostegno effettivo alle comunità scolastiche, alle famiglie e ai giovani.
L’obiettivo che proponiamo è una presenza continuativa del pedagogista in ogni istituto, quale parte integrante di équipe multidisciplinari, in collaborazione con educatori professionali sociopedagogici, psicologi e, secondo i bisogni, servizi sociali e altre professionalità competenti. Una presenza a rinforzo del personale docente, non in sua sostituzione, nel rispetto dell’autonomia scolastica e delle specifiche competenze professionali. La prevenzione richiede un lavoro quotidiano sulle relazioni, sui contesti educativi e sull’alleanza tra scuola e famiglia, non una consulenza occasionale attivata soltanto dopo un’emergenza.
Come ANPE Calabria, richiamiamo tutti, a partire da noi professionisti dell’educazione, a questa responsabilità condivisa. Ai giovani dobbiamo offrire ascolto autentico, limiti comprensibili e possibilità concrete di partecipazione. Alle famiglie e alle scuole dobbiamo assicurare sostegno, non lasciare soltanto il peso delle responsabilità.
Non basta domandarci che cosa stia accadendo ai giovani. Dobbiamo decidere che cosa siamo disposti a fare, ogni giorno, per loro, CON loro.