Punire un ragazzo o salvarne il futuro? Reggio Calabria si interroga sulla giustizia minorile

Autore Grazia Candido | gio, 05 nov 2026 17:54 | Pena Giustizia Ordini-Medici-E-Avvocati Di-Palma

Il delicato equilibrio tra repressione, prevenzione e recupero dei giovani. Di Palma: "La pena deve avere una funzione rieducativa" 

Punire o educare? È la domanda che attraversa il dibattito sulla giustizia penale minorile e che ha fatto da filo conduttore al convegno “La giustizia penale minorile tra educazione e repressione – Profili giuridici e psicologici”, ospitato presso l’Auditorium dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Reggio Calabria.

Un appuntamento promosso in collaborazione tra l’Ordine dei Medici e l’Ordine degli Avvocati di Reggio Calabria, nato con l’obiettivo di mettere a confronto competenze giuridiche, psicologiche e sanitarie su una questione sempre più centrale: come intervenire quando a commettere un reato è un minorenne, senza perdere di vista né la responsabilità per le proprie azioni né la possibilità di recupero e reinserimento?

Un tema che non può essere affrontato soltanto attraverso la prospettiva della sanzione. Il minore, infatti, è una persona in fase di crescita, con una storia individuale, familiare e sociale che deve essere necessariamente considerata nella costruzione di qualsiasi percorso giudiziario ed educativo.

Ad aprire i lavori sono stati i saluti istituzionali del presidente dell’Ordine dei Medici, Pasquale Veneziano e del presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, Rosario Maria Infantino. A introdurre il confronto è stata Rosa Maria Morbegno, direttrice dell'USSM di Reggio Calabria, con la domanda che ha dato il titolo alla riflessione: «Quando un minore commette un reato: punire o educare?».

A moderare l'incontro l'avvocato Natascia Sarra, referente per la formazione penale del COA di Reggio Calabria. Tra i contributi anche quello di due studenti liceali, chiamati a portare nel dibattito il punto di vista delle giovani generazioni.

Tra i relatori il procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria, Roberto Di Palma; la psicologa e psicoterapeuta Lucia Piras, già giudice onorario minorile; l'avvocato Pasquale Cananzi, esperto in diritto di famiglia, dei minori e della persona; e il neuropsichiatra infantile Valerio Bascià.

A spiegare la necessità di distinguere tra punizione e funzione educativa della giustizia è stato il procuratore Roberto Di Palma, che ha richiamato il significato più profondo della pena, citando il pensiero della filosofa Simone Weil.

"La pena, in fondo, è il riconoscimento che c'è un uomo dietro un reato, al quale si dà la possibilità di riguardare i propri errori" - ha affermato. Una prospettiva che supera l'idea della sanzione come semplice retribuzione per il comportamento illecito: "Se consideriamo la pena come una forma di retribuzione per un reato, logicamente ha soltanto una funzione afflittiva. E non è questo il senso".

Per Di Palma, la funzione della pena deve essere soprattutto rieducativa, in linea con quanto previsto dall'articolo 27 della Costituzione. Un principio che assume un'importanza ancora maggiore quando si parla di minorenni, per i quali la possibilità di recupero rappresenta un elemento imprescindibile.

Il procuratore ha richiamato, in questo senso, l'istituto della messa alla prova, nato nell'ambito del processo penale minorile e, successivamente, introdotto anche nel sistema penale degli adulti: "Si cerca di enfatizzare di più questa funzione di recupero che, sicuramente, è importante".

Ma la risposta alla devianza giovanile, secondo Di Palma, non può cominciare soltanto quando il reato è già stato commesso. Occorre intervenire prima, attraverso politiche educative e strumenti capaci di contrastare il disagio giovanile.

"Bisognerebbe impegnarsi sull'educazione a monte e sul lavoro che dovrebbe fare la nostra società sui minori, soprattutto per cercare di evitare forme di disagio giovanile che rappresentano il primo gradino di una scala di disvalori, dalla quale si può poi passare a forme più gravi, come i reati".

Da qui una riflessione che chiama in causa le istituzioni e le politiche giovanili degli ultimi decenni.

"Sentiamo spesso slogan che vengono ripetuti in tutte le sedi: i giovani sono il nostro futuro. Ma, concretamente, cosa c'è dietro questa affermazione? Quali sono le politiche giovanili che lo Stato porta avanti?".

Una domanda che, secondo il procuratore, riguarda anche le risorse destinate alla giustizia minorile: personale, strumenti e dotazioni degli uffici giudiziari.

"Proprio per la delicatezza di questa fascia d'età andrebbe data forse una maggiore attenzione a 360 gradi".

Di Palma ha infine sottolineato l'impegno della Procura minorile reggina non soltanto nell'attività strettamente giudiziaria, ma anche nelle iniziative di prevenzione e sensibilizzazione, a partire dalla presenza nelle scuole e dalla collaborazione con gli altri soggetti del territorio.

"Cerchiamo di lavorare non solo sulla commissione dei reati o sull'intervento nelle situazioni di disagio derivanti da incapacità genitoriali, ma anche di essere vicini ai giovani con tantissime altre iniziative. Cerchiamo di dare quello che possiamo a fianco di tutti coloro che vogliono fare qualcosa per i ragazzi".

Sulla necessità di unire competenze e professionalità si è soffermato l'avvocato Pasquale Cananzi che ha evidenziato il valore della collaborazione tra Ordine dei Medici e Ordine degli Avvocati.

"Ci troviamo in un momento in cui il sistema giudiziario fatica a leggere la realtà ed è bersagliato da continue modifiche legislative, che non sempre gli operatori sono pronti ad applicare o che non sempre risultano facilmente digeribili" - ha osservato.

Per questo, secondo Cananzi, il confronto con il mondo medico e psicologico è indispensabile: "Il contraltare necessario agli accertamenti giudiziari è quello medico e psicologico. L'idea che gli ordini professionali riescano a fare una sinergia del genere è veramente vincente e innovativa. Unendo il nostro sapere riusciamo a dare una lettura della realtà più attendibile e quindi una risposta di giustizia migliore".

Guardando alla condizione dei giovani del territorio, l'avvocato ha individuato una delle principali criticità nel rapporto tra le nuove generazioni e il mondo degli adulti.

"I nostri ragazzi soffrono soprattutto un vuoto di identità sociale. Non riescono a identificarsi con strutture, modelli e sistemi di riferimento. Noi adulti dobbiamo essere una comunità pensante, capace di educare. Questo è il motivo per cui organizziamo questi incontri e cerchiamo di trovarci tutti insieme a riflettere".

Secondo Cananzi, le esigenze profonde dei ragazzi non sono cambiate radicalmente nel tempo. A essere mutato è piuttosto il contesto nel quale crescono e, soprattutto, la capacità degli adulti di rappresentare un punto di riferimento credibile.

"Ogni ragazzo è sempre lo stesso in qualsiasi tempo. L'esigenza è quella di avere un sistema coerente, che dia una testimonianza forte. Più il sistema degli adulti è in difficoltà nel rendere una testimonianza, una traccia di vita, maggiore è la difficoltà dei ragazzi di orientarsi".

Una mancanza di riferimenti che può tradursi in noia, disorientamento o anche in reazioni violente.

"Spesso, la noia da una parte o la rottura violenta dall'altra sono reazioni all'incapacità di leggere il mondo degli adulti".

La strada della prevenzione, dunque, passa prima di tutto dall'ascolto e dalla capacità di offrire alternative concrete: "Bisogna saperli ascoltare e poi creare opportunità nuove, mostrandoci capaci di fare squadra".

A sottolineare l'importanza della sinergia istituzionale è stato anche il presidente dell'Ordine dei Medici di Reggio Calabria, Pasquale Veneziano, che ha inquadrato il convegno all'interno di un percorso di collaborazione già avviato con l'Ordine degli Avvocati e con altre realtà professionali.

"Riteniamo che ci siano tante cose in comune e che, spesso, ognuno parli per la propria strada senza che i problemi vengano risolti. Il nostro obiettivo è proprio quello di trovare soluzioni comuni".

Un lavoro di rete che, secondo Veneziano, può produrre benefici sia nell'ambito giudiziario sia in quello sanitario, settori che presentano numerosi punti di contatto e criticità condivise.

"La sanità e la giustizia purtroppo hanno tante cose in comune, tra cui anche i problemi legati alla medicina difensiva. Per questo è importante riuscire a parlarci".

Il presidente dell'Ordine dei Medici ha ricordato anche altre iniziative già realizzate insieme al mondo giudiziario, tra cui una convenzione con il Tribunale per agevolare il lavoro dei medici legali nell'acquisizione e nella consegna delle perizie.

Il convegno ha così rappresentato un'occasione per ribadire che la giustizia minorile richiede risposte articolate, nelle quali la dimensione giudiziaria non può essere separata da quella educativa, psicologica e sociale.

Punire o educare, dunque, non può essere una contrapposizione assoluta. La responsabilità per il reato resta un elemento fondamentale, ma deve accompagnarsi alla capacità di comprendere il minore, individuare le cause del disagio e costruire percorsi concreti di cambiamento. 

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