Le intercettazioni inchiodano gli indagati: "Strappate quei preventivi"
Una rete criminale capace di infiltrarsi negli appalti, imporre il pizzo agli imprenditori, utilizzare prestanome per la gestione di società e associazioni sportive e mantenere un saldo controllo del territorio. È il quadro che emerge dall'operazione "Epicentro" coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, che ha portato all'emissione di un'ordinanza cautelare di oltre mille pagine nei confronti di numerosi indagati ritenuti appartenenti o contigui alle articolazioni della 'ndrangheta operanti nel mandamento di Reggio Centro.
Al centro delle indagini c'è, secondo la Procura, l'articolazione territoriale di Archi, facente capo a Gaetano Chirico, indicato dagli inquirenti come promotore e organizzatore del gruppo criminale, capace di gestire interessi economici, estorsioni e rapporti con le altre cosche federate.
Tra gli episodi più inquietanti ricostruiti dagli investigatori vi è il tentativo di costringere un'imprenditrice siciliana ad affidare lavori di ristrutturazione a un'impresa gradita al sodalizio mafioso.
Le intercettazioni riportate nell'ordinanza restituiscono tutta la forza intimidatoria evocata dagli indagati. Demetrio Pitarelli, facendo riferimento al presunto legame con Chirico, avrebbe detto alla vittima: "Siamo partiti male già, però".
E ancora: "Amici di Gaetano... io compare di Gaetano... qua è grave la situazione".
Fino alla frase che sintetizza il senso della pressione esercitata: "Strappate intanto quei preventivi".
Un linguaggio che, secondo gli inquirenti, mirava a scoraggiare ogni trattativa con altre imprese e ad imporre la scelta dell'azienda indicata dal gruppo.
L'intercettazione che meglio descrive i ruoli attribuiti agli indagati è forse quella nella quale Pitarelli spiega la spartizione dei compiti: "Io solo minacciare posso le persone... poi per il resto ve la vedete voi".
E ancora: "Io sono quello delle minacce, lui è quello dello sconto e voi siete quello della decisione del lavoro".
Parole che la DDA considera particolarmente significative per comprendere il meccanismo utilizzato nell'approccio agli imprenditori: intimidazione, mediazione economica e gestione dell'appalto.
Tra i fatti contestati compare anche una presunta estorsione relativa ai lavori della seggiovia di Gambarie.
Secondo l'accusa, Maurizio Cortese avrebbe ottenuto dall'imprenditore Giuseppe Vazzana il pagamento di 40 mila euro dopo un'iniziale richiesta di 50 mila euro, facendo leva sul prestigio criminale della cosca di riferimento.
L'intercettazione riportata nell'ordinanza è eloquente: "Gli avevo chiesto 50, per rispetto tuo me ne dà 40".
Una somma che sarebbe stata versata in tre tranche: "Mi ha dato una volta 20, una volta 10 e un'altra volta 10".
Le indagini documentano diversi episodi estorsivi che avrebbero riguardato lavori pubblici e subappalti, tra cui quelli commissionati dal gruppo Ferrovie dello Stato nell'area di Calamizzi e gli interventi di ristrutturazione della palestra comunale di Taurianova.
Secondo la ricostruzione accusatoria, gli imprenditori impegnati nei cantieri erano costretti a confrontarsi con le pretese delle cosche territorialmente competenti, attraverso intermediari incaricati di veicolare le richieste economiche.
Un filone particolarmente significativo dell'inchiesta riguarda l'utilizzo di associazioni sportive dilettantistiche per occultare la reale disponibilità di denaro e beni.
Gli investigatori contestano intestazioni fittizie relative a: ASD Italica XXI; ASD Aster Future; ASD Aster 014; Levante Costruzioni Srl; Saraceno Impianti e Costruzioni Sas; società di consulenza intestate a prestanome.
Secondo l'accusa, sembrerebbe che tali strutture sarebbero state utilizzate per emettere fatture per operazioni inesistenti e far transitare ingenti somme di denaro, con l'obiettivo di eludere le misure patrimoniali antimafia e riciclare capitali.
L'ordinanza ricostruisce inoltre il possesso di armi da fuoco e un traffico di sostanze stupefacenti.
In particolare, viene contestata la disponibilità di una pistola Beretta calibro 7.65 con matricola abrasa e pronta all'uso che, secondo la Procura, sarebbe dovuta servire per compiere un'azione intimidatoria.
Gli investigatori contestano inoltre l'acquisto di tre chilogrammi di cocaina provenienti dall'area di Platì, destinati allo spaccio e riconducibili, secondo l'impostazione accusatoria, a soggetti vicini alle cosche coinvolte.
Dalle oltre mille pagine dell'ordinanza emerge il presunto funzionamento di un sistema criminale capace di operare simultaneamente su più livelli: dal controllo del territorio alle infiltrazioni economiche, passando per il condizionamento degli imprenditori e la gestione di società formalmente pulite.
Le intercettazioni raccolte dagli investigatori raccontano un'organizzazione che, secondo l'accusa, continua a fondare il proprio potere sulla forza intimidatrice del nome delle cosche e sulla capacità di incidere direttamente sull'economia del territorio.
L'operazione rappresenta uno dei più importanti colpi inferti negli ultimi anni dalla Direzione distrettuale antimafia agli assetti della 'ndrangheta reggina.