Chi però ha seguito l'incontro punto dopo punto sa che le cose possono essere andate in modo diverso
Chi guarda soltanto il risultato finale di una partita di tennis rischia di farsi un'idea sbagliata di ciò che è successo in campo. Un 6-2 fa pensare a un dominio netto, a un set chiuso in fretta e senza patemi. Chi però ha seguito l'incontro punto dopo punto sa che le cose possono essere andate in modo diverso. Il sistema di punteggio del tennis ha una logica tutta sua: non conta quanti punti vinci in totale, conta quando li vinci. Un giocatore può conquistarne quasi quanti l'avversario e uscire comunque dal campo con un parziale pesante sulle spalle. Capire il perché aiuta a guardare le partite con occhi diversi, perché dietro un punteggio secco si nascondono spesso game lunghissimi, palle break sprecate e momenti in cui l'inerzia poteva girare.
A differenza di basket o pallavolo, il tennis non somma i punti fino alla fine. Il punteggio si organizza su più livelli (punti, game, set e partita) e ogni livello chiuso azzera quello inferiore. Un game vinto a zero e un game vinto dopo dieci parità finiscono sul tabellone allo stesso modo: uno a favore.
Ne deriva che non tutti i punti hanno lo stesso valore. Un punto perso sul 40-0 non cambia quasi nulla, mentre uno perso sul 30-40 al servizio può costare il set. I giocatori lo sanno bene, e i più forti sono spesso quelli che alzano il livello proprio quando il punteggio si fa pesante.
L'esempio più citato è la finale di Wimbledon 2019: Roger Federer vinse più punti di Novak Djokovic (218 contro 204) ma perse la partita al quinto set. Un caso estremo, certo, ma non isolato: nel circuito capita con una certa regolarità che il vincitore di un match abbia raccolto meno punti complessivi dello sconfitto.
Proviamo a ricostruire un set che sul tabellone appare a senso unico. Nei primi quattro game i due giocatori tengono il servizio senza particolari difficoltà: 2-2. Nel quinto game, con A alla battuta, B si procura tre palle break consecutive sullo 0-40. Non ne trasforma nessuna, la parità si ripete quattro volte e alla fine A tiene il servizio: 3-2 invece di 2-3.
Il game successivo è al servizio di B, che sembra accusare il colpo. Si va ai vantaggi anche qui, B annulla due palle break ma cede alla terza: 4-2. Nel settimo game B ha un'altra occasione per rientrare, ma A cancella la palla break con un servizio vincente e chiude ai vantaggi. Sul 5-2 B serve per restare nel set, si arriva di nuovo alla parità e perde ancora.
Alla fine il set dura quasi un'ora. Conti alla mano, A ha vinto 35 punti e B 31. Una differenza di quattro punti ha prodotto un 6-2 che chi legge il risultato il giorno dopo interpreterà come una passeggiata.
Il dettaglio da non trascurare è il numero di game ai vantaggi. In un set dominato i game si chiudono quasi sempre a 15 o a 30, in un set equilibrato si allungano. Quando su otto game la metà arriva alla parità, il risultato finale dice poco sull'andamento reale dello scontro.
Nel tennis il momento in cui si gioca un punto conta quanto il punto stesso. Una palla break sprecata non lascia tracce sul tabellone, ma cambia la partita: chi si salva prende fiducia, chi spreca accumula tensione per i game successivi.
Ecco perché le statistiche sulle palle break sono tra le più significative. Un giocatore che ne crea otto e ne converte una ha giocato una partita diversa da uno che ne crea una sola e la perde. Entrambi possono aver perso 6-2, ma nel primo caso la sconfitta nasce da un problema di efficienza nei momenti chiave, nel secondo da una superiorità netta dell'avversario.
Lo stesso discorso vale per i set point annullati e per i tie-break persi di misura. Un 7-6 e un 6-0 valgono un set ciascuno, ma raccontano storie lontanissime. Chi segue il tennis da tempo impara a chiedersi non soltanto chi ha vinto, ma quanto è stato vicino l'altro a farcela.
Per farsi un'idea più precisa di un incontro conviene guardare qualche dato in più rispetto al semplice punteggio. Il primo è il totale dei punti vinti, che misura lo scarto reale tra i due giocatori. Il secondo riguarda le palle break: quante ne ha create ciascuno e quante ne ha convertite. Poi c'è la percentuale di punti vinti con la seconda di servizio, un buon indicatore di chi ha comandato gli scambi quando la pressione saliva.
Anche la durata dice molto. Un 6-2 chiuso in venticinque minuti e uno chiuso in cinquantacinque non sono la stessa cosa, e il secondo lascia quasi sempre intuire game tirati e scambi lunghi. Vale poi la pena controllare l'andamento del set: un parziale di 6-2 nato da un 2-2 è diverso da uno partito con un 5-0.
Messi insieme, i dati restituiscono un quadro più fedele. E spesso spiegano anche ciò che accade dopo: chi ha perso un set combattuto parte nel successivo con buone possibilità di rimonta, mentre chi è stato travolto fatica a trovare il ritmo.
Saper interpretare i numeri dietro il risultato è utile a chiunque segua il tennis con un minimo di attenzione: al tifoso che vuole capire come sta il suo giocatore, all'appassionato che analizza i tornei, a chi si interessa di pronostici. Chi consulta le pagine dedicate alle
scommesse tennis, per esempio, si accorge presto che quote e previsioni si basano su statistiche più fini del punteggio finale, come la tenuta al servizio, le palle break salvate e la resistenza nei set lunghi. Un giocatore uscito sconfitto 6-2 6-3 dopo aver avuto molte occasioni può essere più pericoloso, al match successivo, di quanto il risultato lasci credere.
Il tabellone resta il modo più rapido per sapere chi ha vinto, ma non sempre spiega come. Dietro un 6-2 possono esserci game infiniti, palle break gettate al vento e un equilibrio che si è rotto solo nei punti decisivi. Guardare oltre il risultato significa apprezzare il tennis per quello che è: uno sport in cui pochi punti, giocati nel momento giusto, cambiano il senso di un'intera partita.
Pured