Quando la televisione supera il confine: tra giornalismo e pornografia del dolore

Autore Martina Licastro | mer, 04 nov 2026 21:13 | Rai-2 Bella-Ma' Pierluigi-Diaco Alberto-Ravagnani

Il caso dell’intervista di Pierluigi Diaco ad Alberto Ravagnani a BellaMa’ riaccende il dibattito sulla privacy, sull’etica professionale e sui limiti dell’informazione televisiva

Ci sono momenti in cui la televisione fotografa cattivi esempi. O, forse, mostra un modo di fare giornalismo che non dovrebbe essere definito tale. Perché non è una questione di cifra narrativa o della maniera in cui ciascuno sceglie di condurre un’intervista, ma del superamento di un confine che riguarda la sfera privata di ogni individuo.

È quanto accaduto ieri a BellaMa’, su Rai 2, durante l’intervista di Pierluigi Diaco ad Alberto Ravagnani, ex sacerdote e attuale concorrente di Ballando con le Stelle.

La vicenda riporta al centro una questione importante: il confine, sempre più sottile, tra giornalismo e pornografia del dolore.

Nel corso dell’intervista, il conduttore è tornato più volte su domande legate alla sfera intima e personale dell’ospite, soffermandosi anche su quale sia il suo orientamento sessuale dopo aver lasciato il sacerdozio.

Un tema che può certamente rientrare in una riflessione sul suo percorso personale, ma che non autorizza a insistere fino a superare il confine della riservatezza.

L’esposizione mediatica e la scelta di raccontare pubblicamente il proprio percorso, come nel caso di Ravagnani e del passaggio dalla vita religiosa a quella laica, non autorizzano nessuno a oltrepassare determinati limiti.

Aver condiviso con il pubblico una scelta personale, anche attraverso la televisione, non significa mettere ogni aspetto della propria vita alla mercé delle domande di un conduttore o di un giornalista.

La partecipazione a un programma televisivo non equivale a una rinuncia alla privacy. Essere un personaggio pubblico non significa dover rispondere a qualsiasi domanda, né perdere il diritto di stabilire cosa raccontare e cosa, invece, tenere per sé.

La televisione può approfondire, interrogare e anche porre domande scomode. Ma esiste una differenza tra il diritto di fare informazione e la pretesa di ottenere una risposta. Ed è proprio in questa differenza che si misura la qualità del giornalismo.

Fare giornalismo non significa urlare o cercare uno scoop a tutti i costi. Non significa confondere l’insistenza con l’approfondimento, né la curiosità del pubblico con il diritto di invadere la vita privata di una persona.

Un’intervista non dovrebbe mai trasformare la vulnerabilità di qualcuno in uno strumento di intrattenimento.

Il confine non è tra ciò che fa ascolto e ciò che non lo fa, ma tra il rispetto della persona e la sua spettacolarizzazione.

E soprattutto, sono momenti come questi a portare la televisione a scivolare nel trash.

Ma a quale prezzo? Quando a farne le spese sono la riservatezza di una persona e il rispetto della sua storia.

E c’è anche la responsabilità di chi conduce, che si manifesta già nella scelta delle domande, nella loro formulazione e nell’insistenza con cui vengono riproposte.

È una questione di centralità del racconto: ciò che si sceglie di mettere al centro della scena televisiva, ciò che si decide di approfondire e ciò che, invece, si lascia sullo sfondo.

Una scelta che può premiare l’ascolto e alimentare lo spettacolo, ma a quale costo? Quando al centro finiscono gli aspetti più intimi della vita di una persona, il rischio è che il racconto televisivo perda di vista il rispetto per chi ne è protagonista.

Quando le questioni più intime diventano uno strumento per alimentare lo spettacolo, l’approfondimento lascia il posto alla spettacolarizzazione della vita privata.

E il problema non riguarda soltanto chi siede davanti alle telecamere, ma anche il modello televisivo che si sceglie di proporre al pubblico.

Forse, parafrasando il pensiero di Karl Popper e il suo saggio Cattiva maestra televisione, quella andata in onda è stata un’ennesima pagina di cattiva televisione.

E quando a perdere di vista il proprio ruolo è proprio il mezzo che dovrebbe informare, raccontare e contribuire alla formazione del pubblico, la questione riguarda tutti, nessuno escluso.

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