L’architetto torna sull’installazione di Reggio Calabria dopo l’inaugurazione a Roma di un prodotto artistico simile di Edoardo Tresoldi
"Se torno ancora una volta a parlare di “Opera”, di Edoardo Tresoldi, è perché, alla luce dell’evento dei giorni scorsi a Roma, alcune domande che avevo già posto non solo restano aperte, ma assumono oggi un significato diverso e, a mio avviso, più concreto. Nel 2020 avevo posto una questione essenzialmente tecnica, legata alla contestualizzazione dell’opera, alla ridefinizione degli spazi modificati per accoglierla e al rapporto tra il manufatto e il luogo nel quale era stato concepito e collocato".
A scriverlo è l'architetto Antonella Postorino in una riflessione inviata alla redazione di ReggioTV.
"Più recentemente, ad aprile di quest’anno, sono tornata sull’argomento quando è emersa una circostanza difficilmente comprensibile. Alcune colonne sono state da me rinvenute in una pseudo discarica di materiali di risulta. In questo caso la questione non era più legata agli aspetti di contesto, bensì alla gestione dell’opera. Se un'opera viene commissionata, realizzata e pagata con risorse pubbliche per un importo nell'ordine delle centinaia di migliaia di euro, diventa difficile comprendere come suoi elementi possano essere trattati, una volta rimossi o danneggiati, alla stregua di materiale da smaltire anziché come parti di un bene da tutelare, conservare, restaurare o comunque sottoporre a una precisa valutazione tecnico-amministrativa. Era, ed è, una questione di coerenza.
"Oggi, però, arriva un'altra notizia che impone di riaprire il dibattito. Pochi giorni fa, a Roma, in Piazza Mignanelli, è stata inaugurata “Selva”, una nuova installazione di Edoardo Tresoldi composta da sedici colonne in rete metallica, alte oltre sei metri, concepite come alberi e riunite in una sorta di bosco immateriale. L'opera nasce davanti allo spazio espositivo della Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti e viene presentata come un intervento capace di mettere in relazione architettura, natura, memoria e paesaggio urbano. Il problema nasce quando si mette a confronto questa nuova installazione, “Selva”, con la nostra “Opera”. A Reggio Calabria abbiamo quarantasei colonne in rete metallica, alte circa otto metri, inserite in un'area di circa 2.500 metri quadrati e concepite come installazione permanente di arte pubblica".
"Non si tratta, nella sua narrazione, di un semplice esercizio compositivo. “Opera” è stata presentata come un intervento intimamente legato al paesaggio dello Stretto. Lo stesso Tresoldi aveva spiegato che il vero monumento era la lingua di mare che separa la Calabria dalla Sicilia e che le colonne sarebbero servite, in qualche modo, a guardarla meglio. All’atto suo concepimento, la stessa struttura diventava quindi filtro, dispositivo percettivo, elemento capace di mettere in relazione il visitatore con il paesaggio. L'Etna, la foschia, il mare, le navi, la profondità dello Stretto non erano semplicemente lo sfondo dell'opera, bensì parte della sua narrazione. Ed è proprio questo che rende interessante la comparsa di “Selva”. A Roma ritroviamo nuovamente la rete metallica, la colonna, una pluralità di elementi verticali e nuovamente il rapporto tra architettura e paesaggio. Cambia il contesto e cambia la narrazione".
"Nulla da eccepire sul diritto di un artista di sviluppare e riproporre il proprio linguaggio. Sarebbe semplicistico mettere in discussione la possibilità di utilizzare una grammatica formale riconoscibile anche in contesti differenti, adattandola e sviluppandola in relazione a ciascun luogo. Così le opere di uno stesso autore possono condividere materiali, forme, tecniche e persino alcuni principi compositivi. La ripetizione di un linguaggio non è, di per sé, una contraddizione. Basti ricordare le opere di Rabarama, riproposte identiche, persino con lo stesso nome, in differenti contesti italiani ed europei, oppure la più recente “Fontana ferma” di Pizzi Cannella, realizzata in due versioni che mettono in relazione Reggio Calabria e Messina. In entrambi i casi, la possibilità di una riproposizione in luoghi differenti è insita nella concezione stessa dell’opera e non nasce successivamente, a distanza di anni, attraverso una nuova interpretazione. Diverso è il caso in cui il rapporto con il luogo venga presentato come elemento costitutivo dell’opera. Quanto è realmente specifica un’opera raccontata attraverso il suo legame con un determinato contesto, se la stessa struttura concettuale e formale può essere riproposta altrove, con un nuovo nome e una nuova narrazione? È una questione che avevo già sollevato anche a proposito delle colonne acquistate in eccesso (per Opera) e successivamente destinate al chiostro del costruendo Museo della Visitazione. Anche allora il problema non era la possibilità materiale di collocarle in un altro spazio, bensì il rapporto tra l’opera e il luogo nel quale veniva inserita. Un elemento concepito all’interno di un progetto acquista infatti significato anche attraverso le relazioni che instaura con il contesto. Trasferirlo altrove significa necessariamente modificarne la relazione con il luogo e, di conseguenza, anche la percezione dell’opera".
"Resta quindi una domanda di fondo. Un’opera concepita per un determinato luogo, quando viene trasferita o riproposta altrove, conserva integralmente il proprio significato oppure diventa un elemento appartenente più genericamente al repertorio formale dell’artista? È una domanda che la comparsa di “Selva” rende oggi ancora più attuale e che porta inevitabilmente anche sul terreno amministrativo. Quando “Opera” venne affidata, l’operazione fu giustificata anche sulla base delle referenze dell’artista e dell’originalità del suo repertorio artistico. Se quest’ultimo venne individuato e affidato in ragione della sua unicità, diventa legittimo chiedersi come debba essere interpretata, a distanza di sei anni, la realizzazione di un’altra installazione che ne riprende elementi formali e linguistici così riconoscibili".
"Non è necessario parlare di clone. La questione è molto più tecnica e riguarda quale parte dell'opera sia realmente unica. Il singolo manufatto, il progetto, il rapporto con il luogo, la configurazione spaziale o la narrazione? Le risposte cambiano completamente il significato dell'operazione. La questione non è stabilire se “Opera” e “Selva” siano la stessa cosa. Evidentemente non lo sono. Una si affaccia sullo Stretto, nella terra che ha dato i natali a Gianni Versace, l'altra nasce nel cuore di Roma, davanti alla sede della Fondazione Valentino. Una racconta un paesaggio mediterraneo, l'altra costruisce una selva immateriale in una piazza storica. Cambiano il luogo, il committente, il titolo e la storia che accompagna l'installazione, ma rimangono le colonne, la rete metallica e quel modo ormai riconoscibile di trasformare la materia in una presenza quasi immateriale ed è forse proprio questo il punto. Se si tratta di un linguaggio artistico, nulla di strano, poiché un artista ha diritto al proprio linguaggio. Se invece si tratta di un'opera profondamente legata al luogo, allora qualche domanda in più è inevitabile", conclude l'architetto Postorino.