La riflessione: "Non cultura della legalità, ma di giustizia, dubbio e responsabilità"

Autore Antonio Spina | mar, 05 ago 2025 17:45 | Reggiocalabria Donuccio

Dopo le polemiche, la forte riflessione di un nostro lettore: "Nelle parole di Don Nuccio Cannizzaro il richiamo a San Tommaso d'Aquino"

Riceviamo e pubblichiamo la riflessione di Pasquale Laurenda - giunta alla nostra redazione - in merito al caso Don Nuccio Cannizzaro, dal quale sono scaturite diverse polemiche in questi giorni, trasformandosi in un vero e proprio caso mediatico. Il sacerdote aveva già replicato ad un articolo pubblicato sulla testata nazionale "Repubblica", cui sono seguite le dichiarazioni dell'arcivescovo della diocesi Reggio Calabria-Bova, Fortunato Morrone.

"Il prete Cannizzaro prima di essere un cittadino è un religioso ed è giustissimo ciò che ha affermato. Aggiungo a suo sostegno nel caso specifico la mia opinione:

A prima vista, la 'cultura della legalità' suona come qualcosa di buono, persino nobile. Chi potrebbe opporsi al rispetto della legge? Ma basta grattare un po’ la superficie per accorgersi che questa espressione, apparentemente neutra, nasconde una trappola culturale e politica. Se la legge è ingiusta, va rispettata comunque? San Tommaso d’Aquino, nella sua riflessione sulla legge naturale, era chiarissimo: la legge dell’autorità va rispettata solo se è giusta. Se è ingiusta, cessa di essere legge in senso pieno. E allora sì, bisogna ribellarsi. Lo stesso Sandro Pertini, icona della Repubblica, non sarebbe mai diventato il presidente amato da tutti se da giovane avesse aderito alla cultura della legalità. Da giovane fu un oppositore del regime fascista: in un’Italia dove il fascismo era legge, Pertini fu un fuorilegge. Ma fu dalla parte giusta. Qui sta il nodo: la cultura della legalità presume che tutto ciò che è legale sia anche giusto. Ma la storia ci insegna che le leggi possono legittimare l’ingiustizia, l’oppressione, perfino il crimine. Dalle leggi razziali, alla persecuzione politica, alla repressione del dissenso: tutto questo è stato “legale”, ma profondamente immorale. La cultura della legalità non nasce dal basso, dal popolo, dal dibattito. Nasce dall’alto, dal potere, ed è spesso un modo per proteggere se stesso. È una cultura conservatrice, che tende a sacralizzare lo status quo, a rendere intoccabile ciò che è stato deciso dal potere. In questo senso, non è uno strumento di liberazione, ma un’arma di controllo. Il cittadino non può essere per la legalità in quanto tale. Deve essere per la giustizia. E la giustizia non si impone per decreto, non si codifica nei codici come verità definitiva. Si conquista e si costruisce nel tempo, attraverso il conflitto, il pensiero critico, il dissenso, la politica. In uno Stato vivo, democratico, la legge non può essere un fine. Deve essere un mezzo, uno strumento. E va giudicata, valutata, eventualmente contrastata, quando si oppone all’etica, alla dignità, alla libertà. Per questo, forse è il caso di dire chiaramente che la parola “legalità” va ridiscussa, problematizzata, se non addirittura accantonata. Perché spesso non è altro che un’etichetta ideologica, una coperta sotto cui il potere nasconde le proprie paure. Non serve la cultura della legalità. Serve una cultura della giustizia, del dubbio, della responsabilità".

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