Roma, la Cassazione chiude il "caso Lo Giudice": condanna definitiva per calunnia aggravata ai danni del magistrato Cisterna

Autore Grazia Candido | sab, 13 set 2025 15:27 | Caso-Lo-Giudice Condanna Calunnia-Aggravata Magistrato-Cisterna

Si conclude un capitolo doloroso per la magistratura

Si conclude con una sentenza definitiva della Corte di Cassazione una delle vicende più controverse degli ultimi decenni nel panorama giudiziario italiano: il collaboratore di giustizia Antonino Lo Giudice è stato condannato a cinque anni di reclusione per calunnia aggravata nei confronti del magistrato Alberto Cisterna, già procuratore aggiunto della Direzione Nazionale Antimafia (DNA).

Con la pronuncia della Corte di Appello di Firenze – Seconda Sezione Penale - e la successiva conferma da parte della Suprema Corte, si chiude definitivamente la stagione del “pentimento” di Antonino Lo Giudice, figura centrale in numerose inchieste e processi di mafia, poi travolto da vicende giudiziarie che lo hanno visto passare da collaboratore a calunniatore.

Il cuore della vicenda riguarda le dichiarazioni rese da Lo Giudice Antonino nell’anno  2011 ai Pubblici Ministeri di Reggio Calabria e Catanzaro.

In sostanza, l’allora aspirante collaboratore di giustizia accusava esplicitamente il magistrato Alberto Cisterna di aver accettato una consistente somma di denaro – mai quantificata né documentata – per favorire la concessione della detenzione domiciliare al fratello Maurizio Lo Giudice, gravemente malato e detenuto nel carcere di Opera (Milano). Il pagamento, secondo il racconto, sarebbe stato riferito allo stesso Antonino dal fratello Luciano Lo Giudice.

Sin dall’inizio, le accuse sono apparse prive di riscontri oggettivi. Nessuna prova, né documentale né testimoniale, ha mai confermato l’esistenza di un patto corruttivo o di trasferimenti di denaro.

Lo stesso GIP di Reggio Calabria, aveva disposto l’archiviazione del procedimento, ritenendo l’impianto accusatorio del tutto infondato.

Il Tribunale di Perugia aveva esplicitamente ritenuto che Lo Giudice Antonino avesse agito consapevolmente per danneggiare il magistrato Alberto Cisterna, costruendo una accusa senza alcun supporto fattuale.

La Corte di Appello di Perugia, successivamente, aveva ritenuto non provato il dolo di calunnia, assolvendo – nel dubbio – il Lo Giudice.

A seguito di ricorso del Procuratore Generale (che aveva costantemente ritenuto Lo Giudice un calunniatore), la Corte di Cassazione aveva annullato l’assoluzione del Lo Giudice, disponendo un nuovo giudizio da celebrarsi innanzi alla Corte di Appello di Firenze.

Nel Capoluogo toscano, i Giudice della Corte territoriale avevano ribadito la condanna del Lo Giudice ad anni cinque di reclusione.

Oggi, la Corte di Cassazione ha scritto la parola fine, confermando la decisione dei  giudici di merito: non solo il fatto ascritto al dott. Alberto Cisterna  non è mai esistito, ma l’intento calunnioso è stato ritenuto evidente e deliberato, volto a colpire un alto magistrato della Procura Nazionale Antimafia, in un contesto giudiziario già reso complesso dalla delicatezza delle indagini di mafia e criminalità organizzata.

All’epoca dei fatti, Alberto Cisterna era tra le figure più autorevoli della DNA, con il ruolo di vice del procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso. Per anni ha rappresentato un punto di riferimento nella lotta alla 'ndrangheta e ad altre organizzazioni criminali.

Le accuse di Lo Giudice, rilanciate con grande evidenza mediatica già nel 2011 da una testata nazionale, ebbero un effetto deflagrante: gettarono ombre pesanti sul magistrato e sulla credibilità stessa dell’antimafia istituzionale.

Tuttavia, nessuna indagine ha mai confermato le accuse e oggi, con la condanna definitiva di Lo Giudice, la posizione del dottor Cisterna è stata completamente ed ulteriormente riabilitata. Si chiude così un capitolo doloroso per la magistratura, in cui l’onorabilità di uno dei suoi esponenti più esposti è stata gravemente messa in discussione senza alcuna base.

Il "caso Lo Giudice" nacque nel contesto delle dichiarazioni rese da diversi membri della famiglia calabrese – in particolare Antonino e Maurizio – che in periodi diversi avevano deciso di collaborare con la giustizia. Le loro testimonianze vennero utilizzate in diversi procedimenti, salvo poi perdere di credibilità con il passare degli anni.

Lo Giudice Maurizio, nel 1999 aveva avviato una proficua collaborazione con il Dottor Francesco Mollace, all’epoca esponente di punta della DDA reggina e PM dei processi storici alle cosche di ndrangheta.

Anni dopo, la vicenda di Lo Giudice Antonino sfiorò anche il dott. Mollace, senza però che il Lo Giudice formulasse accuse di illeciti a carico del PM Mollace, ma assumendo che il fratello Luciano aveva rapporti di “confidente” con il dott. Mollace, oltre che con il dott. Cisterna.

La estraneità del dott. Francesco Mollace al contesto del c.d. caso “Lo Giudice”  è stata sancita – negli anni -  dai Giudici e dal Consiglio Superiore della Magistratura.

Negli anni 2023 e 2024, il CSM ha riconosciuto al dott. Francesco Mollace la idoneità alle funzioni direttive superiori (l’apice della carriera), facendo propria anche una decisione del Consiglio di Stato che aveva spazzato ogni illazione e gettato pesanti ombre sul contesto in cui erano le illazioni erano state coltivate.

Per inciso, poi,  le dichiarazioni di Lo Giudice Antonino sono costate allo stesso anche una ulteriore condanna, irrogatagli dal GIP di Catanzaro per calunnia continuata ai danni di Magistrati, aggravando ulteriormente il giudizio complessivo sulla sua figura.

La sentenza definitiva della Cassazione sulla vicenda Lo Giudice – Cisterna rappresenta molto più di una condanna personale: è un atto di giustizia nei confronti della magistratura tutta, spesso esposta ad attacchi infondati, strumentalizzazioni mediatiche e tentativi di delegittimazione.

Si chiude così un caso che, a suo tempo, aveva fatto vacillare la fiducia nell’operato delle istituzioni antimafia, ma che oggi conferma che il sistema giudiziario, pur nei suoi tempi lunghi, è in grado di ristabilire la verità e proteggere l’onorabilità dei suoi servitori più esposti.


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