Paolo, 14 anni: ucciso dall’indifferenza di una scuola malata

Autore Giorgia Rieto | mar, 16 set 2025 14:24 | Latina Bullismo Suicidio Paolo Nino-D'angelo

"Sembri Nino D'Angelo" lo insultavano i compagni. Paolo si è impiccato a soli 14 anni.

Paolo aveva 14 anni. Amava la musica, suonava strumenti e portava i capelli lunghi. Tanto è bastato per diventare bersaglio. “Sembri Nino D’Angelo”, “Paoletta”: parole che, pronunciate ogni giorno, diventano pietre. Una violenza sottile ma letale, fatta di insulti, risatine, isolamento. Una violenza che si è consumata tra i banchi di scuola, il luogo che dovrebbe essere rifugio e casa di crescita, e che invece, troppo spesso, si trasforma in teatro del crimine.

Il suicidio di Paolo a Latina non è l’ennesimo caso di bullismo da archiviare sotto la voce “ragazzini crudeli”. Qui c’è molto di più. C’è l’ombra pesante di insegnanti che, invece di proteggere, avrebbero alimentato la gogna. Una docente che entrando in classe avrebbe aizzato i compagni con un “Rissa, rissa!”, come se la sofferenza di un ragazzo fosse uno spettacolo da guardare. Non sono accuse leggere, e saranno i tribunali a stabilire la verità, ma ciò che resta, oggi, è un vuoto che nessuna sentenza potrà mai colmare.

Cercare il colpevole non riporterà Paolo ai suoi genitori. Ma per una volta, in Italia, si potrebbe parlare di Giustizia, quella vera, che non si accontenta delle commemorazioni di circostanza né delle frasi fatte. Perché non bastano più convegni e giornate dedicate al bullismo, non bastano più le “filosofie” da talk show: i dati e i fatti ci dicono che da Nord a Sud il fenomeno non si arresta, anzi, si aggrava.

Quanti altri ragazzi dovranno togliersi la vita prima che la scuola torni ad essere il centro di educazione, di socialità, di crescita che dovrebbe essere? Quanti altri Paolo dovranno morire prima che si abbia il coraggio di guardare in faccia le responsabilità?

“Cosa vi ha fatto Paolo?” - è la domanda che resta, sospesa, senza risposta. Non la chiariranno mai gli aguzzini, non la chiariranno neppure a sé stessi. Ma una certezza rimane: non possiamo più permetterci di liquidare il tutto con un “sono solo ragazzi”. Perché ragazzi come Paolo non hanno più avuto la possibilità di diventare uomini.

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