Famiglia o prigione? La violenza che cresce nel silenzio

Autore Giorgia Rieto | gio, 18 set 2025 17:08 | Violenza-Domestica Violenza

Spesso i parenti minimizzano o incoraggiano la denuncia con frasi come: “Siamo vecchio stampo, noi sopportiamo, non denunciamo”

La cronaca nazionale ci ha raccontato la drammatica vicenda di una figlia e di una moglie che per anni hanno subito minacce, insulti e soprusi da un uomo, loro padre e marito. Controlli ossessivi, umiliazioni quotidiane, imposizioni su ciò che mangiavano, fino a scandagliare persino i rifiuti: questa non è solo violenza fisica, ma una forma subdola e devastante di violenza psicologica.

Purtroppo, in tante famiglie situazioni simili non emergono mai. Spesso i parenti minimizzano o incoraggiano la denuncia con frasi come: “Siamo vecchio stampo, noi sopportiamo, non denunciamo”. Queste parole riflettono una cultura radicata in un passato in cui la violenza domestica era considerata un affare privato, un problema da sopportare in silenzio, quasi fosse un dovere delle donne e dei figli.

Questa mentalità è pericolosa: educare le nuove generazioni a normalizzare il terrore domestico, a vedere il controllo e l'umiliazione come parte della vita familiare. La violenza non è mai accettabile, e il silenzio, anche se dettato dalla tradizione, diventa complicità. È necessario cambiare il paradigma culturale: denunciare non è un atto di ribellione contro la famiglia, ma un gesto di responsabilità, coraggio e amore verso se stessi e verso le vittime future.

Il padre o il marito violento non è solo chi alza le mani, ma chi manipola, umilia e instilla paura costante. Rompere il silenzio significa dare valore alla propria dignità, costruire sicurezza per sé e per chi ci sta intorno, e mandare un messaggio chiaro: la violenza non è normale, non è accettabile e non deve essere tollerata.

È compito della società e delle istituzioni creare condizioni in cui le vittime possano denunciare senza paura, offrendo supporto legale, psicologico ed economico. Ogni denuncia spezza il ciclo della violenza e contribuisce a costruire una cultura nuova, dove la scuola, la comunità e la famiglia non siano luoghi di terrore, ma di protezione, crescita e rispetto reciproco.


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