Medicina di genere, DNA e umanità: il futuro della cura secondo il presidente Filippo Anelli

Autore Grazia Candido | sab, 04 ott 2025 13:50 | Fnomceo Filippo-Anelli Medicina-Di-Genere Ordine Dei Medici

Porre l’accento sull’evoluzione verso una sanità sempre più personalizzata e centrata sul paziente


Il Presidente della FNOMCeO, Filippo Anelli, insieme ai componenti del Direttivo nazionale, ha preso parte alla prima edizione del Congresso Nazionale "Incontri di Medicina di Genere sullo Stretto", un evento di grande rilevanza scientifica organizzato dall’Ordine dei Medici di Reggio Calabria. Il congresso ha riunito figure di spicco del panorama medico nazionale per approfondire le sfide e le prospettive della medicina di genere, ponendo l’accento sull’evoluzione verso una sanità sempre più personalizzata e centrata sul paziente. 
Presidente Anelli, oggi si parla molto di medicina di genere. Quanto è importante questo tema per la Federazione e per gli Ordini dei medici?
“Il tema della medicina di genere è centrale per noi. La Federazione e molti Ordini territoriali – tra cui quello di Reggio Calabria – seguono da anni con grande attenzione questo ambito. Gli Ordini sono stati tra i promotori di una legge importante approvata dal Parlamento. È da tempo che sottolineiamo come le differenze tra uomini e donne abbiano un impatto reale sul piano diagnostico e terapeutico. La medicina di genere non è una moda, ma un passaggio fondamentale verso la medicina personalizzata”.
In che senso si sta andando verso una medicina personalizzata?
“La vera rivoluzione è arrivata con la decodifica del genoma umano. Grazie a questa scoperta, oggi possiamo conoscere le caratteristiche genetiche di ogni individuo e sviluppare terapie su misura. Questo approccio consente di adattare diagnosi e cure non solo al genere, ma alle specificità genetiche di ogni persona. È un enorme passo avanti, perché per anni abbiamo applicato trattamenti uguali per tutti, ignorando differenze che invece sono sostanziali”.
Il convegno di oggi a Reggio Calabria si inserisce in questo percorso?
“Sì, e sono molto contento che si svolga proprio qui, in una città del Sud bellissima, con un patrimonio naturale unico come lo Stretto. Eventi come questo aprono nuove prospettive, e dimostrano come la medicina italiana sia all'avanguardia. Oggi, ciò che un tempo sembrava impossibile è realtà: pensiamo solo a ciò che sta avvenendo con la genetica e le nuove tecnologie”.
Può farci un esempio concreto di queste nuove frontiere terapeutiche?
“Certamente. Un esempio straordinario riguarda la talassemia. Proprio poche settimane fa, l’AIFA ha approvato farmaci basati sulla tecnologia CRISPR-Cas9, che consente di modificare il DNA inserendo un gene capace di produrre emoglobina fetale. Questo potrebbe liberare i pazienti dalla necessità di trasfusioni, rivoluzionando la loro qualità di vita e le aspettative di prognosi”.
Un ruolo fondamentale in tutto questo lo giocano gli Ordini professionali. In che modo?
“Gli Ordini sono sul territorio, vicini ai cittadini. Promuoviamo iniziative di informazione, formazione e sensibilizzazione, come quella di oggi. Ma svolgiamo anche una funzione politica e culturale. È recente, ad esempio, l’approvazione della legge sull’intelligenza artificiale che definisce, per la prima volta nella storia della Repubblica, che cosa significa fare il medico”.
Cosa stabilisce questa legge sull’intelligenza artificiale?
“Stabilisce un principio fondamentale: l’intelligenza artificiale non potrà mai sostituire il medico. L’articolo 7 della legge definisce che il medico è un professionista intellettuale, in grado di fare diagnosi, prognosi e cura. È una conquista importante, frutto di una battaglia culturale che abbiamo portato avanti per anni. Ma fare il medico non si riduce a questi tre aspetti”.
Cosa intende dire?
“Intendo dire che il cuore della professione medica è la relazione con il paziente. Solo attraverso una relazione autentica e basata sulla fiducia, il medico può aiutare il cittadino a esercitare il proprio diritto all’autodeterminazione. Per decidere sulla propria salute, il cittadino deve sapere che malattia ha e quali opzioni esistono. E solo un medico può fornirgli queste informazioni in modo competente e umano”.
Questo implica anche un’organizzazione diversa del lavoro dei medici?
“Esatto. Il tempo dedicato al paziente deve essere riconosciuto come tempo di cura. È una richiesta che i medici fanno da tempo: dobbiamo dare valore alla relazione e alla comunicazione, non solo alla prestazione tecnica. E per farlo servono più medici, migliori condizioni contrattuali, e la possibilità di trattenere in Italia i nostri giovani professionisti che troppo spesso vanno all’estero”.

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