I legali e le associazioni ADHD Italia e Lazio chiedono l’intervento del Ministero e del Garante per l’Infanzia
È un caso che scuote la Calabria e solleva domande pesanti sulla tutela dei minori e sulla gestione dei servizi sociali. Un bambino di appena otto anni, affetto da ADHD (disturbo da deficit di attenzione e iperattività), è stato allontanato in modo coatto dalla madre e collocato, su disposizione del Tribunale per i minorenni di Catanzaro, in una struttura di accoglienza a Cetraro, nel Cosentino.
Oggi, a poche settimane da quel trasferimento, emergono denunce di presunti maltrattamenti e una lunga serie di irregolarità che, secondo i legali della famiglia (sentite anche le associazioni ADHD Italia e ADHD Lazio), configurerebbero violenza non solo sul bambino, ma anche sulla madre.
Il provvedimento di allontanamento sarebbe stato motivato da segnalazioni scolastiche e dai servizi sociali riguardanti comportamenti “problematici” del bambino. La madre, però, aveva solo espresso forte opposizione alla somministrazione di un farmaco psicostimolante, il metilfenidato, utilizzato nel trattamento dell’ADHD, dopo aver osservato nel figlio effetti collaterali preoccupanti, tra cui episodi di aggressività incontrollata.
Come spiegano i legali, la donna non era contraria alla cura, ma chiedeva che ogni somministrazione avvenisse esclusivamente sotto la guida di un medico specialista, con un piano terapeutico approvato dall’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco), come previsto dalle linee guida nazionali.
“La madre voleva solo sicurezza e trasparenza — spiegano i suoi avvocati —. Invece di offrirle supporto e rassicurazione, i servizi sociali hanno scelto la via più traumatica: l’allontanamento del minore”.
Le associazioni ADHD Italia e ADHD Lazio sentite dai legali, hanno evidenziato apertamente “gravi omissioni” e comportamenti inadeguati da parte del servizio sociale competente.
Secondo quanto riferito, la madre non sarebbe mai stata adeguatamente informata sulle decisioni prese riguardo al figlio, né sostenuta nel difficile percorso terapeutico.
“Il servizio sociale avrebbe dovuto accompagnare la famiglia, non sostituirsi ad essa - . L’atteggiamento mostrato è stato punitivo, non di aiuto. È una violenza istituzionale, non solo psicologica”.
Da quando si trova nella struttura, il bambino avrebbe subìto episodi di violenza e maltrattamenti.
Secondo quanto denunciato dai familiari, il piccolo sarebbe stato picchiato da un altro ospite, e avrebbe mostrato segni di lividi. I Carabinieri di Cetraro sono intervenuti sul posto e hanno avviato accertamenti.
Le prime verifiche, riferiscono fonti locali, avrebbero evidenziato criticità nelle condizioni della struttura, dove il minore dormirebbe nella stessa stanza con ragazzi molto più grandi, contrariamente a quanto previsto per la sua età e fragilità psicologica.
Il decreto del Tribunale dei Minori ha disposto che il bambino, con una diagnosi di ADHD, avrebbe dovuto essere collocato in una struttura a valenza sanitaria specialistica, con personale formato per gestire disturbi del comportamento in età evolutiva, ma solo “qualora ogni altro tipo di intervento si fosse rivelato non risolutivo”.
Un altro punto di forte tensione riguarda la limitazione dei contatti tra madre e figlio.
Il decreto del Tribunale avrebbe previsto incontri senza alcun limite temporale, purché avvenissero alla presenza di educatori o psicologi. Tuttavia, la tutrice nominata e i servizi sociali avrebbero imposto un regime rigidissimo: una sola visita a settimana della durata di 45 minuti.
“Anche questo è un atto di violenza — afferma la madre —. Mio figlio mi chiede quando tornerà a casa e io non posso nemmeno sentirlo ogni giorno. Nell’ultimo incontro, in particolare ha pianto quasi sempre, e abbracciandomi, mi ha chiesto di tornare a casa”.
Il caso, ormai al centro di un acceso dibattito, solleva una domanda cruciale: chi tutela davvero i minori fragili e le loro famiglie?
Per gli avvocati e le associazioni, quella di Cetraro non è solo una vicenda di maltrattamento fisico, ma di violenza istituzionale, che si manifesta nel mancato ascolto della madre, nella scelta di collocare un bambino vulnerabile in una struttura non idonea e nel negare la continuità affettiva tra madre e figlio.
“Il sistema ha trasformato una richiesta di aiuto in una punizione — denunciano i legali —. Un bambino con una diagnosi complessa è stato strappato alla madre e privato di un contesto affettivo stabile, con conseguenze devastanti sul piano emotivo e psicologico”.
Le indagini dei Carabinieri e della Procura sono in corso. L’udienza per la revoca del collocamento è stata fissata per il 9 dicembre presso il Tribunale per i minorenni di Catanzaro.
Nel frattempo, il bambino resta nella struttura di Cetraro, mentre la madre, assistita dai suoi legali, continua a chiedere di poterlo riabbracciare liberamente.
“Io non voglio scontrarmi con nessuno — ha dichiarato la donna — voglio solo che mio figlio sia curato nel modo giusto e che non soffra più. Non chiedo altro: voglio solo che torni a casa”.
Il caso di Cetraro rischia di diventare simbolo di un sistema di tutela minorile che spesso lascia soli i genitori e traumatizza i bambini.
I legali della madre chiedono un intervento immediato del Ministero della Salute e del Garante per l’Infanzia, per verificare la correttezza delle procedure adottate, la sicurezza della struttura e il rispetto dei diritti del minore e della sua famiglia.
Fino a quando non verranno chiarite tutte le responsabilità, rimane un’unica certezza: un bambino di otto anni, già fragile, oggi si trova lontano da casa e da sua madre, in un luogo dove avrebbe dovuto essere protetto, e invece rischia di subire nuove ferite.