Professionista impegnato in studi di microzonazione sismica e di pianificazione territoriale
Nei primi giorni di dicembre uno sciame sismico ha interessato le colline reggine, suscitando preoccupazione tra i cittadini. Per comprendere meglio cosa è accaduto e quale sia il quadro sismico dell’area dello Stretto, abbiamo intervistato il geologo reggino Alfonso Aliperta, profondo conoscitore del territorio calabrese.
Dottor Aliperta, cosa ci può dire sullo sciame sismico registrato a inizio
dicembre?
«Abbiamo avuto uno
sciame sismico composto da circa quaranta scosse, tutte di magnitudo molto
bassa, tanto che la maggior parte di esse non è stata percepita dalla
popolazione. La scossa più forte ha raggiunto una magnitudo massima di 2.8, con
ipocentri compresi tra i 10 e i 16 chilometri di profondità. Dal punto di vista
energetico parliamo quindi di eventi modesti, che però hanno inevitabilmente
generato allarmismo».
Dal punto di vista scientifico, questi eventi sono preoccupanti?
«Gli eventi
sembrano localizzati lungo un allineamento sud-ovest/nord-est, riconducibile a
una faglia. In letteratura scientifica, il fatto che una faglia rilasci
lentamente piccole quantità di energia può non essere considerato un segnale
particolarmente preoccupante: significa che non sta accumulando grandi tensioni
in grado di produrre, nel breve periodo, terremoti devastanti. Tuttavia, questi
episodi ci ricordano che l’area dello Stretto è geologicamente e sismicamente
complessa».
Perché lo Stretto di Messina è considerato un’area così particolare?
«Nonostante la
spinta dell’Africa verso il continente europeo – che ha dato origine alla
formazione delle Alpi prima e dell’Appennino poi – l’area dello Stretto si
trova in un contesto tettonico di estensione, non di compressione. Calabria e
Sicilia si allontanano a una velocità stimata tra 0,5 e 2 millimetri l’anno.
Numeri piccolissimi su scala umana, ma molto significativi su scala geologica».
Quali sono stati gli effetti di questo processo nel tempo?
«Nel corso
dell’ultimo milione, un milione e mezzo di anni, abbiamo assistito al
sollevamento “a scatti” del bordo occidentale dell’Aspromonte e dei Monti
Peloritani, accompagnato dallo sprofondamento del fondale dello Stretto. Il
ritrovamento di conchiglie fossili sulle colline reggine è la prova che è la
terra ad essersi sollevata, non il mare ad essersi ritirato. Questo meccanismo
estensivo spiega anche perché molti dei terremoti dell’ultimo anno si siano
concentrati sia sul fondo dello Stretto sia sul bordo aspromontano».
Impossibile non ricordare il terremoto del 1908…
«Il 28 dicembre
ricorreranno 117 anni dal devastante terremoto del 1908, di magnitudo 7.1, che
causò circa centomila vittime tra Reggio Calabria e Messina. Fu un evento di
enorme contenuto energetico, aggravato da un maremoto che incrementò
drammaticamente il numero delle vittime. Il nostro territorio è storicamente
segnato da eventi sismici ricorrenti: possiamo parlare di una sismicità
generalmente medio-bassa, con terremoti di magnitudo 4, 5 o 6, ma con eventi
eccezionali e distruttivi che si ripresentano periodicamente».
Oggi siamo più preparati rispetto al passato?
«Sicuramente sì.
Proprio a partire da quel terremoto sono state emanate norme sempre più
restrittive sulle costruzioni: dal Regio Decreto del 1909 fino alle Norme
Tecniche per le Costruzioni del 2018, calibrate anche sulla base dei recenti
eventi del Centro Italia. Purtroppo, in Italia si interviene spesso dopo le
tragedie e non prima, ed è una triste realtà».
Quanto conta la geologia nella risposta di una città a un terremoto?
«Conta moltissimo.
Le norme moderne tengono in debita considerazione la composizione geologica del
sottosuolo, perché gli effetti sismici possono essere amplificati o attenuati
anche a breve distanza. Non dipende solo da come sono costruiti gli edifici, ma
anche dai terreni e dai cosiddetti effetti cosismici, cioè quelli che si
generano contemporaneamente al sisma e per effetto di esso».
A Reggio Calabria quali strumenti sono stati messi in campo?
«La città si è
recentemente dotata di uno studio di microzonazione sismica di primo livello,
redatto da me insieme al dottor Vincenzo Pizzonia. Abbiamo suddiviso il
territorio comunale in microzone omogenee, che dovrebbero rispondere in modo
simile durante un terremoto. È un primo passo, non esaustivo, che dovrà essere
approfondito. Importante anche l’adeguamento del Piano di Protezione Civile
comunale nel 2023 ed il posizionamento in città della cartellonistica per l’individuazione
delle aree di attesa: in questo modo i cittadini sanno dove recarsi in caso di
emergenza».
Un messaggio finale ai cittadini?
«La consapevolezza
è la prima forma di prevenzione. Viviamo in un territorio sismico: conoscerlo,
studiarlo e pianificare correttamente significa ridurre i rischi e convivere in
modo più sicuro con la sua complessità geologica».