Il dato che più di tutti dovrebbe interrogare la politica: alle urne poco più di un elettore su cinque
C'è un numero che rischia di finire in fondo agli articoli sulle elezioni suppletive di Reggio Calabria, dopo i voti dei candidati, le percentuali, le dichiarazioni dei vincitori e le reazioni dei partiti.
È il 22,34%.
È l'affluenza definitiva registrata nel collegio Reggio Calabria-Locri: 77.165 elettori su 345.486 aventi diritto. In altre parole, alle urne è andato poco più di un elettore su cinque.
Il confronto con le politiche del 2022, quando l'affluenza era stata del 49,40%, va naturalmente letto considerando che si trattava di elezioni diverse e che allora si votò in una sola giornata. Ma la distanza resta enorme e merita una domanda che va oltre il risultato dello scrutinio: che cosa sta succedendo quando una consultazione per eleggere un rappresentante alla Camera riesce a coinvolgere così poco il proprio elettorato?
È forse questa la vera storia delle suppletive.
Non soltanto chi ha conquistato il seggio. Non soltanto chi ha perso. Ma chi ha scelto di non entrare in una cabina elettorale.
Il risultato c'è. Ma il pubblico dov'è?Fabio Roscioli è stato eletto alla Camera con 38.359 voti, pari al 51,02%. Francesco Antonio Benedetto ha ottenuto il 36,59%, Domenico Giannetta il 10,94% e Francesco Toscano l'1,44%.
Sono numeri che fotografano il risultato elettorale.
Ma c'è un altro numero che fotografa il rapporto tra la politica e il territorio.
Ed è quel 22,34%.
Una percentuale che dovrebbe essere osservata senza trasformarla nell'ennesima arma da campagna elettorale. Perché sarebbe troppo facile attribuire la responsabilità all'avversario: "la colpa è loro", "la gente non crede a loro", "i cittadini hanno bocciato quella parte politica".
No.
Il problema è più grande.
Riguarda tutti.
Riguarda chi ha vinto e chi ha perso. Riguarda i partiti, le coalizioni, i candidati, i gruppi dirigenti. Riguarda il modo in cui la politica sceglie di raccontarsi e, soprattutto, il modo in cui prova a farsi ascoltare.
Di queste elezioni si è parlato più dei toni che del votoDurante la campagna elettorale, il dibattito pubblico è stato spesso dominato dalle dichiarazioni, dalle polemiche, dalle contrapposizioni e dalla comunicazione sui palchi e sui social.
È una dinamica ormai quasi fisiologica della politica contemporanea: il messaggio più duro corre più velocemente di quello più complesso, la battuta viene ricordata più facilmente di un programma, lo scontro produce più attenzione della proposta.
Ma attenzione e partecipazione non sono la stessa cosa.
Si può riempire una piazza e lasciare vuote le urne.
Si può ottenere migliaia di visualizzazioni e non convincere una persona ad andare a votare.
Si può dominare la comunicazione di una campagna elettorale e, allo stesso tempo, non riuscire a parlare a chi dalla politica si è già allontanato.
È questa la contraddizione sulla quale sarebbe necessario fermarsi.
E i giovani?Qui il tema diventa ancora più delicato.
Non esistono, per questa consultazione, dati ufficiali sull'affluenza suddivisi per fasce d'età che permettano di dire scientificamente quanti giovani siano rimasti a casa. Sarebbe quindi scorretto trasformare una percezione in una statistica.
Ma basta parlare con le nuove generazioni per capire che la distanza dalla politica è una questione reale, che non può essere liquidata con il solito ritornello secondo cui "i giovani non si interessano".
Forse la domanda dovrebbe essere posta al contrario.
La politica sta facendo qualcosa per interessarli?
Perché è difficile chiedere a un ragazzo di avvicinarsi alla politica se ciò che vede sono comizi nei quali l'avversario diventa il principale argomento, se il confronto sulle idee viene sostituito dalla ricerca della frase a effetto, se il palco diventa più importante del progetto.
E non è una questione che riguarda una parte politica piuttosto che un'altra.
È un problema di linguaggio.
Il palco non può diventare un'arenaLa politica ha sempre avuto bisogno del palco. Ha bisogno delle piazze, dei comizi, del confronto pubblico.
Ma il palco dovrebbe servire a spiegare.
Spiegare cosa si vuole fare.
Spiegare come lo si vuole fare.
Spiegare con quali risorse.
Spiegare perché un cittadino dovrebbe affidare il proprio voto a un candidato anziché a un altro.
Il cittadino non dovrebbe essere costretto a scegliere semplicemente chi urla più forte.
E soprattutto un ragazzo che assiste a un comizio dovrebbe uscire da lì con qualche domanda in più sul futuro della propria città, non semplicemente con un nuovo avversario da insultare sui social.
Perché se la politica diventa soltanto spettacolo, prima o poi qualcuno smette di comprare il biglietto.
E quel qualcuno, questa volta, potrebbe essere stato proprio l'elettore.
L'astensionismo non è un dettaglioIl dato del 22,34% non dice perché quasi otto elettori su dieci non siano andati a votare.
Le ragioni possono essere molteplici. La natura di una consultazione suppletiva è diversa da quella di un'elezione politica nazionale. Il collegio è particolare. Il voto si è svolto in due giornate. E nel corpo elettorale sono compresi anche elettori residenti all'estero.
Tutto vero.
Ma nessuna di queste considerazioni dovrebbe diventare un alibi per non guardare il dato.
Perché dietro ogni percentuale di astensione ci sono persone.
Persone che non hanno trovato una ragione sufficiente per andare alle urne.
E questo, per una politica che vuole continuare a definirsi rappresentativa, dovrebbe essere il primo tema da affrontare.
La domanda che resta dopo lo spoglioIl giorno dopo le elezioni, come sempre, arrivano le dichiarazioni.
C'è chi festeggia.
C'è chi rivendica.
C'è chi analizza la sconfitta.
C'è chi cerca le responsabilità.
C'è chi guarda già alla prossima partita.
Ma forse questa volta sarebbe utile fermarsi un momento prima.
Prima del prossimo slogan.
Prima del prossimo palco.
Prima della prossima sfida.
E guardare quel 22,34%.
Perché dentro quella percentuale c'è qualcosa che non appartiene né al centrodestra né al centrosinistra, né agli altri schieramenti. Non è un patrimonio elettorale di qualcuno e non è una responsabilità che si possa scaricare su qualcun altro.
È una distanza.
E quella distanza riguarda la politica nel suo complesso.
La vera sconfitta è una generazione che resta fuoriDire che l'astensionismo rappresenti la "vera sconfitta" può sembrare una formula giornalistica.
Ma c'è un punto che non dovrebbe essere eluso: se una parte consistente delle nuove generazioni percepisce la politica come qualcosa di lontano, aggressivo, autoreferenziale o semplicemente poco utile alla propria vita quotidiana, prima o poi quella distanza diventa anche distanza dalle urne.
E allora la domanda non è soltanto perché i giovani non votano.
È anche che cosa stiamo mostrando loro della politica.
Se mostriamo continuamente il conflitto, impareranno il conflitto.
Se mostriamo la ricerca del nemico, vedranno nemici.
Se mostriamo soltanto il teatro dello scontro, sarà difficile convincerli che dietro il sipario esista ancora un progetto.
Le suppletive di Reggio Calabria consegnano dunque un nuovo deputato, un risultato politico e una fotografia precisa dei rapporti di forza.
Ma consegnano anche un'altra immagine.
Quella di migliaia e migliaia di cittadini rimasti fuori dalle urne.
Ed è forse proprio a loro che, da oggi, la politica dovrebbe iniziare a parlare.
Non con un altro comizio.
Non con un altro insulto.
Non con l'ennesima polemica.
Con un progetto.