Anna Arcudi rilegge Max Weber alla luce della storia politica reggina
"Poco più che ventenne frequentai all'Università della Tuscia di Viterbo quello che, a mio giudizio, fu un ottimo corso di Storia moderna, tenuto dal professor Luciano Osbat. Il modulo monografico era dedicato al metodo delle scienze sociali e a quegli studiosi che avevano provato a leggere la storia non soltanto attraverso gli avvenimenti e le biografie dei protagonisti, ma attraverso le strutture sociali, i comportamenti collettivi e le forme del potere. E’ lì che conobbi Max Weber".
Così scrive Anna Arcudi (militante de La Strada).
"Ricordo la lettura de La politica come professione, una conferenza tenuta da Weber a studenti di Monaco di Baviera negli anni ’20, in cui lo studioso parla del potere carismatico. Una categoria che rileggo oggi osservando la storia politica di Reggio Calabria. Il potere carismatico, spiega Weber, nasce dalla crisi delle istituzioni. Ha bisogno di una situazione nella quale le istituzioni non sono capaci di dare risposte, nella quale crescano da un lato l'ansia collettiva e l'insoddisfazione, dall’altro l'attesa e l'entusiasmo per una possibile rinascita. Sono queste le condizioni che fanno emergere l'uomo in grado di ridare la speranza e di incarnare la salvezza. A Reggio Calabria, da quasi mezzo secolo, la città oscilla sempre tra lo stesso punto di partenza e lo stesso punto di arrivo: la ricerca dell'uomo della provvidenza, ma anche del suo inesorabile crollo. Una dinamica imputabile ad una opposizione: potere carismatico versus partiti politici. Un meccanismo che si è sempre più radicalizzato a causa della crescente inconsistenza delle organizzazioni partitiche all’interno del mondo sociale. Sono i partiti stessi che finiscono per cercare la personalità del capo carismatico per portare voti, perché lavorare per un uomo è più facile che lavorare per un programma. C’è da dire che a Reggio questo meccanismo è diventato strutturale. In una città senza grandi produzioni industriali e senza ceti medi organizzati, il partito non è mai stato davvero ideologico, ma spesso ha finito per essere un comitato di notabili e di famiglie, ed il voto indirizzato alla persona che può rendere più facilmente accessibili le porte dei Palazzi romani. La tornata elettorale delle suppletive ne è l’ultimo evidente esempio. Il pendolo reggino sembra avere un ritmo ciclico: a ogni elezione la città torna a delegare al «salvatore» non soltanto il governo della cosa pubblica, ma una parte della propria stessa funzione sociale. Ma sappiamo bene che nessun leader, nemmeno il più straordinario, può assolvere da solo una comunità dai suoi problemi. E mentre cresce la domanda dell'uomo della provvidenza, cresce anche il discredito della politica, sempre più percepita come una cosa sporca dalla quale le persone perbene dovrebbero tenersi lontane. Così i cittadini migliori si ritirano, la partecipazione si impoverisce e, alla crisi successiva, si ricomincia a cercare qualcuno che possa risolvere tutto. Come fermare il pendolo? Cittadini liberi, associazioni, comunità culturali, professionisti, università, imprese e mondo del volontariato devono tornare a considerare la politica una responsabilità collettiva. Non significa eliminare il carisma dalla politica, non è possibile e non è nemmeno auspicabile. Ma la delega alla leadership non può essere assoluta, ed il consenso non può sostituirsi alla partecipazione. Seve soprattutto generosità. Il contrario del potere carismatico è la cittadinanza".