L'intervento dopo un recente caso evidenziato dai firmatari
Una donna maltrattata “costretta”, per mancanza di
alternative, a vivere con i figli minori in un appartamento sottostante a
quello dell’ex marito violento che la vittima aveva regolarmente denunciato.
Una situazione di grave rischio che aveva portato i servizi a valutare
l’allontanamento dei minori per assicurare loro adeguata protezione. Di questi
giorni la situazione di cinque minori vittime di violenza assistita che si
trovano a vivere con la madre in una sola stanza senza trovare, nemmeno dopo
una estenuante ricerca, disponibilità di qualche privato a dare in affitto una
abitazione. Un piccolo spaccato del nostro territorio di una condizione in cui
versano in Italia ben 6 milioni 700mila donne e bambini vittime di violenza tra
le mura di casa, e se si confronta questo numero con la percentuale del (solo)
7%, che rappresenta la cifra di questi crimini che viene processata, si può
facilmente comprendere come quello abitativo sia un problema molto sentito dalle
donne vittime di maltrattamenti. Il primo febbraio del 2018 è stata pubblicata
la legge n. 4, che statuisce che chi viene condannato per una serie di reati
che rientrano nel più ampio genere di violenza familiare (quali incesto,
maltrattamenti, omicidio, anche preterintenzionale, lesioni, sequestro di
persona e violenza sessuale) decade dalla relativa assegnazione dell’alloggio
di residenza pubblica. In tal caso, le altre persone conviventi non perdono il
diritto di abitazione e subentrano nella titolarità del contratto. Ma
altrettanto poco conosciuta e ancor meno applicata dai Comuni calabresi è la
legge della regione Calabria n.20 del 2007. L’art. 7 della suddetta legge che
statuisce in tema di “assistenza alloggiativa garantita”, così testualmente
recita. Purtroppo, però, nonostante una precisa disposizione di
legge, i Comuni calabresi, in palese violazione della stessa, continuano ad
ignorare il dettato normativo anche a fronte di segnalazioni di urgenza spesso
segnalate dalle forze. È superfluo ribadire la gravità delle violazioni di
quelle previsioni normative finalizzate a tutelare la posizione della vittima
di reati endofamiliari, nonché a scongiurare irreparabili tragedie familiari.
Peraltro, le conseguenze di questi mancati interventi hanno ricadute importanti
non solo per le vittime di violenza, ma anche sotto il profilo del sistema di
protezione e di accoglienza delle donne con il paradosso che le case rifugio e
le case accoglienza che ospitano nell’emergenza le donne maltrattate, non
potendo in molti casi dimetterle per mancanza di soluzioni abitative,
registrano spesso una situazione di esaurimento dei posti e l’impossibilità di
potere procedere a nuove accoglienze. Inoltre si registra a carico della
regione uno spreco di risorse economiche rilevantissimo. Serve quindi una
assunzione di responsabilità immediata da parte dei Sindaci che sono chiamati a
provvedere anche attraverso l’utilizzo dei beni confiscati, che, si ricorda,
sono a pieno titolo parte del patrimonio di edilizia residenziale del Comune e
della regione che a oltre sedici anni dalla legge 20 sul contrasto alla
violenza di genere non ha provveduto ad aggiornarla e soprattutto a finanziarla.
I soggetti promotori di questa lettera di denuncia chiedono: - Ai Comuni
calabresi tramite anche l’Anci, il rispetto delle vigenti disposizioni di legge
assegnando in via d’urgenza, a seguito di provvedimento giudiziario e/o di
pubblica sicurezza, alloggi disponibili del patrimonio edilizio, compresi i
beni confiscati e sequestrati a nuclei familiari composti da donne che abbiano
subito violenza. - Al Consiglio regionale della Calabria di adottare delle
norme legislative che rafforzino questo diritto dando seguito alle proposte di
legge presentate sul tema per garantire alle donne vittime di violenza dei
percorsi di autonomia abitativa, lavorativa e sociale. - Alla Agenzia dei beni
Confiscati di attivare un tavolo tecnico per affrontare questa criticità Si
chiede, inoltre, che i consigli degli ordini degli avvocati della regione,
nonché le diverse associazioni che si occupano della difesa dei diritti civili,
di valutare la possibilità di attivare servizi di assistenza legale per tutte
quelle donne vittime di violenza che chiedono il riconoscimento dei diritti
previsti dalle norme vigenti. Le prime trenta organizzazioni firmatarie sono:
Centro Comunitario Agape, Piccola Opera Papa Giovanni, Comunità Progetto Sud,
Consorzio Goel, Fondazione Roberta Lanzino, Forum regionale delle associazioni
familiari, Libera Calabria, segreterie regionali Cisl e Cgil, Cereso, Comunità
Competente, Centro Fabiana Mondi Diversi, Arci Calabria, Meic, Camera Minorile
Reggio Calabria, Associazione regionale mediatori familiari, consorzio Macramè,
ACE Medicina Sociale, UDI Reggio Calabria, associazione Nuova Solidarietà,
Reggio nontace, Coop Soleinsieme, Il Samaritano Polistena, CSI Reggio Calabria,
Gruppo Marianella Garcia, coop Rose Blu Villa S. Giovanni, Centro Don Milani
Gioiosa Ionica, Associazione San Pancrazio Cosenza, CIF casa Madonna di Lourdes