Reggio Calabria, lo sport senza casa: campi chiusi, promesse vane e ragazzi costretti ad arrangiarsi

Autore Redazione Web | mer, 30 set 2026 12:46 | Reggio-Calabria Strutture-Sportive Stadi Atletica Calcio

Lo sport reggino chiede spazi, ma le strutture restano ferme

C'è una fotografia di Reggio Calabria che forse racconta più di mille parole lo stato dello sport cittadino: giovani atleti costretti ad allenarsi al porto, società che cercano spazi dove poter svolgere la propria attività, strutture che aspettano da anni interventi e promesse che, troppo spesso, sembrano rimanere sospese nel tempo.

Non è soltanto una questione di cemento, erba sintetica, tribune o spogliatoi. È una questione di opportunità. Di futuro. Di possibilità offerte ai ragazzi che ogni giorno scelgono lo sport invece di una strada diversa.

Qualche tempo fa avevamo affrontato il delicato capitolo del Campo CONI, una struttura che oggi appare sempre più come un impianto lasciato a se stesso. Sul futuro dell'impianto sono arrivate rassicurazioni e, in particolare, la promessa di reperire gli investimenti necessari per riportarlo alla piena funzionalità. Parole che lasciano aperta una speranza, ma che ad oggi devono ancora trasformarsi in fatti concreti.

Nel frattempo, l'atletica reggina continua ad arrangiarsi.

E così capita che ragazzi e ragazze siano costretti ad allenarsi al porto di Reggio Calabria, in uno spazio aperto che consente loro di correre, prepararsi e continuare a coltivare una passione.

Sia chiaro: trovare una soluzione alternativa è certamente meglio che smettere. Ma l'immagine resta difficile da digerire.

Una città che vuole parlare di sport, di giovani, di talenti e di futuro non può permettersi di considerare normale che l'atletica debba cercarsi da sola un luogo dove allenarsi.

E se dal CONI ci spostiamo di qualche chilometro, il quadro non sembra migliorare.

Il Mimì Pellicanò, un campo che ha già spento le luci

A Bocale c'è lo stadio Mimì Pellicanò, una delle strutture che negli anni hanno rappresentato un punto di riferimento importante per il calcio reggino, dal settore maggiore a quello giovanile.

Oggi, però, su quel terreno non si gioca più.

Il Pellicanò è già fermo da tempo. Non è dunque un impianto che rischia di chiudere: è una struttura che la città ha già perso, almeno per quanto riguarda la possibilità di utilizzarla quotidianamente per il calcio.

E forse è proprio questo l'aspetto più doloroso.

Perché quel campo ha rappresentato per anni una casa per tante società, per centinaia di ragazzi, per allenatori, dirigenti e famiglie. Su quel terreno sono state scritte storie, vissute domeniche, festeggiate vittorie e digerite sconfitte. Generazioni di calciatori sono passate da Bocale lasciando ricordi che ancora oggi appartengono alla memoria sportiva della città.

Da tempo si parla di un intervento di rifacimento, di un rilancio della struttura, della possibilità di restituire il Pellicanò al calcio reggino.

Ma intanto il tempo passa e il campo resta fermo.

E quando un impianto sportivo rimane inutilizzato per troppo tempo, non si perde soltanto un terreno di gioco. Si perde un luogo di aggregazione, un punto di riferimento, uno spazio nel quale un bambino può iniziare a inseguire il proprio sogno di diventare calciatore.

Il Pellicanò, oggi, è l'immagine di una struttura che aspetta di tornare a vivere.

E più passa il tempo, più quella attesa pesa.

Perché mentre il campo resta chiuso, le società sono costrette a cercare altrove gli spazi necessari per allenarsi e far giocare i propri ragazzi. Altri costi, altri spostamenti, altre difficoltà.

E così un'altra struttura che potrebbe dare ossigeno allo sport reggino rimane fuori dal circuito.

Non è più il momento di chiedersi se il Pellicanò rischi di chiudere.

Il Pellicanò è già chiuso. La domanda, semmai, è quando potrà finalmente riaprire.

Pellaro: "ci siamo quasi", ma il tempo continua a passare

Poi c'è Pellaro.

Lo stadio è lì, a un passo dal poter tornare ad essere realmente utilizzato, ma ancora avvolto in quell'interrogativo che ormai accompagna tante strutture sportive reggine.

Due operai, quotidianamente, fanno il possibile per rendere l'impianto agibile. Il terreno di gioco sembra pronto per essere calcato da calciatori grandi e piccoli. Le tribune, invece, attendono ancora di essere completate e coperte.

E soprattutto manca quell'ok definitivo che permetterebbe alle società di tornare ad allenarsi con continuità.

È proprio questo il paradosso.

Da una parte c'è un terreno che attende soltanto di essere vissuto. Dall'altra ci sono società, scuole calcio e giovani atleti che continuano a cercare spazi altrove.

E spesso quegli spazi sono privati.

Quindi si paga.

Si paga per poter allenare i ragazzi. Si paga per poter organizzare un'attività che dovrebbe rappresentare un servizio fondamentale per una comunità.

Le società sportive, nel frattempo, fanno salti mortali. Dirigenti, allenatori, volontari e famiglie sostengono costi sempre più pesanti per permettere ai ragazzi di continuare a giocare, correre, allenarsi e stare insieme.

Lo fanno per passione.

Lo fanno per amore dello sport.

Ma non si può pensare che siano sempre e soltanto loro a dover trovare le soluzioni.

Lo sport non può essere l'ultima voce dell'agenda

Il tema delle strutture sportive reggine, dunque, non riguarda soltanto il calcio o l'atletica.

Riguarda una visione di città.

Perché dietro ogni campo chiuso, ogni pista inutilizzabile e ogni palestra che non riesce a garantire spazi adeguati ci sono ragazzi che perdono ore di allenamento, società che devono fare i conti con costi aggiuntivi e famiglie che sostengono sacrifici importanti.

E ci sono anche talenti.

Ragazzi che magari potrebbero diventare atleti, calciatori, professionisti. Ragazzi che hanno bisogno soltanto di una cosa apparentemente semplice: un posto dove allenarsi.

Reggio Calabria ha dimostrato più volte di avere passione, competenze e persone disposte a sacrificarsi. Quello che spesso sembra mancare è la possibilità concreta di trasformare questa passione in un sistema sportivo strutturato, moderno e realmente accessibile.

Non servono soltanto annunci.

Servono interventi, tempi certi, manutenzione e programmazione.

Perché inaugurare una struttura è importante. Ma mantenerla viva negli anni lo è ancora di più.

E allora, cara Reggio, poi non piangere se un giorno qualche ragazzo promettente deciderà di andare via.

Non chiederti soltanto perché i giovani talenti scelgono altre città.

Chiediti anche quali condizioni stiamo offrendo loro per restare.

Lo sport è fondamentale. È educazione, disciplina, socialità, sacrificio. È uno strumento attraverso il quale un ragazzo impara a perdere e a rialzarsi, a rispettare l'avversario, a lavorare per un obiettivo.

E le società sportive tutto questo lo fanno ogni giorno, spesso con risorse limitate e sacrifici enormi.

Meriterebbero di non dover elemosinare un campo.

Meriterebbero strutture dignitose.

Meriterebbero risposte.

E soprattutto lo meriterebbero quei ragazzi che, ogni pomeriggio, infilano le scarpe da ginnastica o gli scarpini e chiedono soltanto di poter fare sport nella propria città.


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